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WiFi e P2P
Roma - Hanno ammesso che sul proprio hard disk vi fosse traccia di un client P2P ma hanno altresì sottolineato che la propria connessione WiFi domestica si trovava alla mercé di sconosciuti. Sono bastate queste dichiarazioni a due donne danesi per difendersi dalle accuse di aver messo a disposizione materiale protetto da copyright.
Un indirizzo IP non prova nulla: le due imputate avevano ricevuto una lettera minacciosa dai rappresentanti locali dell'industria della musica, Antipiratgruppen: sulle loro connessioni era stata rilevata dell'attività sospetta, entrambe avrebbero dovuto risarcire i detentori dei diritti con circa 20mila euro per aver scaricato e condiviso illecitamente qualche migliaio di brani.

La strategia orchestrata dai legali delle due donne ha convinto i giudici: entrambe le imputate hanno ammesso che sulla propria connessione si possano essere verificati dei traffici illeciti di file musicali, ma hanno altresì sostenuto come non ci sia modo di individuare il responsabile della violazione. Entrambe le donne hanno mostrato come la propria connessione WiFi non fosse protetta, hanno respinto l'accusa di aver illecitamente condiviso dei contenuti scaricando la responsabilità su ignoti piggybacker che avrebbero approfittato della loro connessione mascherandosi dietro all'indirizzo IP della connessione casalinga.

I rappresentanti dell'industria hanno ribattuto, hanno sostenuto che le intestatarie del contratto con il provider sono responsabili di quanto avviene con la connessione. Poco importa che dietro all'indirizzo IP con cui operano in rete si nascondano figli scapestrati o netizen clandestini che si celano dietro le imposte della casa di fronte: si tratta in ogni caso di incauta custodia. A corroborare questa interpretazione, la tendenza che ha attecchito in numerosi stati europei ad identificare un netizen con l'abbonamento Internet che lo rappresenta in rete.

Ma il giudice ha ribaltato l'interpretazione dell'Antipiratgruppen: la responsabilità delle donne è tutta da provare. E l'onere della prova spetta all'accusa, all'industria dei contenuti.

Antipiratgruppen ha accolto la decisione del giudice, ma non ha rinunciato ad esprimere il proprio dissenso: l'industria dei contenuti ravvisa nella linea difensiva adottata dai legali delle due donne una strategia passepartout per sfuggire alle accuse di violazione. Per questo motivo invoca l'intervento della Corte Suprema, affinché si faccia chiarezza e si ripristinino le tutele più efficaci a favore dei detentori dei diritti.

La decisione del giudice danese, del tutto analoga a quella emessa da un giudice tedesco nei mesi scorsi, potrebbe rivelarsi dirompente: la giurisprudenza riguardo alla responsabilità di una rete WiFi è tutt'altro che chiara e se l'orientamento danese dovesse prevalere si sgretolerebbero le fondamenta sulle quali sono basate le rivendicazioni dei detentori dei diritti.

Nel Regno Unito, dove ha attecchito una dottrina Sarkozy all'acqua di rose, potrebbero rivelarsi infondati gli avvertimenti e i moniti antiviolazione che rischiano di abbattersi sugli ignari netizen. Un adulto su nove, 3,5 milioni di cittadini britannici, ammette di approfittare dell'altrui connessione, lasciata senza protezione dal 17 per cento dei sottoscrittori di un abbonamento forse per negligenza, forse in virtù di un imperativo morale e di un desiderio di connettività globale. Il 12 per cento degli scrocconi succhia l'altrui banda per condividere e scaricare contenuti. Quale tesi potrebbe sostenere il produttore di game Topware Interactive? Ha richiesto ai provider di snocciolare i dati relativi alle attività online di diverse migliaia di utenti: basterà scaricare la responsabilità sugli abbonati?

Gaia Bottà

Fonte originale: Punto-informatico.it

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