Bruxelles - Linux conviene alle
aziende? Alla lunga, pare proprio di sì.
Il software aperto continua a far discutere
nei palazzi del potere del Vecchio Continente:
l'occasione questa volta la fornisce la pubblicazione
di uno studio sull'impatto economico dell'open
source sull'innovazione e la competitività
nel mercato dell'ICT.
Dopo indagini su luci e ombre
dello stato del software open nel settore
business e l'evidenza di una sostanziale parità
dei costi di gestione tra Windows e Linux,
il nuovo studio traccia un quadro decisamente
più roseo circa la convenienza, sul
lungo termine, nell'adottare soluzioni aperte
per i reparti IT di aziende e istituzioni.
Gli autori del lavoro, ricercatori
di cinque università europee, hanno
studiato l'andamento del costo di TCO (total
cost of ownership, cioè il costo totale
di gestione) della dotazione informatica di
sei aziende pubbliche e private, fotografate
nel mezzo della migrazione da soluzioni chiuse
a quelle open.
Lo studio evidenzia come il
risparmio di Linux & co. sia netto, ma
scaglionato nel tempo: trasferire infrastrutture
e utenti su piattaforme aperte ha un costo
iniziale notevole, ma acquistare software
registrato ha un costo ancora superiore. I
costi di manutenzione sono comparabili, ma
in cinque dei sei casi studiati, l'indice
TCO annuale medio è risultato più
basso per le soluzioni open source.
Incluso nella migrazione delle
società studiate vi è stato
il passaggio da Microsoft Office a OpenOffice.org,
e in questo caso i ricercatori hanno tenuto
sotto osservazione la produttività
dei lavoratori prima e dopo il cambio di piattaforma.
Globalmente, non sono stati riscontrati particolari
ritardi o perdite di tempo lavorativo causati
del nuovo software. Sostanzialmente soddisfatti
poi gli impiegati, la cui maggioranza non
ha subito contraccolpi nella capacità
di operare nonostante piccoli problemi siano
comunque emersi (per il 70% di essi).
Il report ha poi analizzato
la penetrazione globale del software open
sul mercato europeo: gli investimenti nel
settore ammontano a 22 miliardi di euro, una
cifra comparabile ai 36 miliardi di dollari
spesi negli States, con la copertura del 20,5%
degli investimenti software totali.
Ma lo studio non si ferma alla
semplice fotografia dello status quo, proponendo
alcune raccomandazioni ai legislatori del
Consiglio Europeo: occorre in sostanza lavorare
per una parità di fatto tra il software
open e quello chiuso, eliminando le politiche
che favoriscono il secondo a danno del primo,
prevedendo una tassazione equiparabile per
le due soluzioni e, più in generale,
supportando l'open source e le partnership
tra industria e comunità open.
Gartner lo ha già previsto:
gli indici di TCO sono inesorabilmente destinati
a crollare nel corso dei prossimi anni, e
un'adozione diffusa dell'open source non potrebbe
far altro che alimentarne ulteriormente la
tendenza discendente.
Alfonso Maruccia
Fonte: Punto-informatico.it
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