Roma - L'era del trusted computing,
la tecnologia alla base dei PC blindati, è
ormai alle porte. Dopo l'adozione di Trusted
Platform Module, da parte dell'Esercito Americano,
Phoenix Technologies ha realizzato uno studio
destinato a rappresentare un'altra tappa sul
cammino dei big della tecnologia verso la
nuova informatica: in base ai risultati della
ricerca, l'84% dei reati informatici registrati
negli USA potrebbe essere annullato grazie
all'adozione globale delle specifiche TPM.
I risultati di questa analisi,
condotta sulla casistica in possesso del sistema
giudiziario statunitense, sono stati discussi
approfonditamente su SecurityFocus, pubblicazione
di primo piano dedicata alla sicurezza informatica.
Gli esperti di Trusted Strategies, incaricati
da Phoenix di analizzare i dati in possesso
del Dipartimento di Giustizia di Washington,
hanno così ottenuto quello che il giornalista
Robert Lemos ha definito "il motivo finora
più persuasivo per spingere alla adozione
del trusted computing".
La notizia ha sollevato dubbi
tra esperti e osservatori internazionali.
Secondo EFF, l'associazione in difesa dei
diritti digitali, l'uso di dispositivi che
permettono d'identificare ogni singola macchina
connessa ad un network telematico, come auspicato
dalle aziende del consorzio Trusted Computing
Group, non sono in grado di risolvere il problema
della criminalità. Seth Schoen, responsabile
tecnologico di EFF, ha dichiarato a SecurityFocus
che la metodologia utilizzata nello studio
non è abbastanza dettagliata.
"In moltissimi casi",
ha spiegato Schoen, "i crimini potrebbero
essere stati bloccati agilmente, senza l'uso
di tecnologie trusted computing, grazie ad
un'identificazione basata su indirizzi IP".
Il problema maggiore che Phoenix vorrebbe
risolvere con la diffusione di computer blindati,
dicono le fonti interne all'azienda, è
l'accesso a reti aziendali da postazioni esterne.
Il presupposto è che
la maggior parte dei crimini informatici riguarda
intrusioni all'interno di sistemi informatici
aziendali da parte di utenti non autorizzati.
"L'autenticazione hardware degli utenti",
ha detto Bill Bosen, coautore dello studio
in questione, "non è certo in
grado di fermare tutti i crimini: in alcuni
casi, alcuni individui hanno commesso reati
accedendo a reti aziendali direttamente da
una macchina interna".
Il trusted computing può
bloccare gli attacchi da parte di macchine
non autorizzate, dotate di identificativi
non riconosciuti, ma potrebbe rivelarsi impotente
di fronte agli assalti condotti da computer
trusted. Non si tratta certo dell'unico problema
legato alle tecnologie dei computer blindati:
già da tempo, utenti ed associazioni
di consumatori lamentano che l'introduzione
su larga scala di sistemi trusted limiterà
notevolmente la libertà d'uso degli
strumenti informatici.
Gli esperti di Punto Informatico,
hanno più volte sottolineato i numerosi
rischi del trusted computing, sia per quanto
riguarda la fruizione di contenuti multimediali,
sia per quel che concerne la privacy degli
utenti. L'unica certezza, almeno per il momento,
è che il trusted computing avanza inesorabilmente:
il numero di macchine blindate vendute nel
2005, secondo dati ufficiali del Trusted Computing
Group, eccede ormai quota 20 milioni d'unità.
Tommaso Lombardi
Fonte: Punto-informatico.it
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