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Dall'indagine di Cisco, la seconda
di questo genere, emerge che i telelavoratori
spesso e volentieri aprono le email inviate
da sconosciuti, e magari anche gli allegati,
che molte volte utilizzano il computer di lavoro
per scopi personali, anche a rischio della sicurezza,
e che in molti casi consentono ad amici e familiari
di usare quegli stessi strumenti, con conseguenze
a cascata sull'integrità dei dati che
trattano, delle informazioni aziendali, dei
dati classificati delle imprese o degli enti
pubblici ai quali fanno riferimento. Il telelavoratore
è dunque troppo spesso un rischio sicurezza.
La ricerca ha riguardato 2mila
professionisti IT in 10 paesi (USA, UK, Francia,
Germania, Italia, Giappone, Cina, India, Australia
e Brasile) ma quando si viene ad alcuni comportamenti
di base le percentuali di "rischio"
non sono poi così distanti. "Questi
paesi - spiega Cisco - sono stati scelti perché
nell'insieme rappresentano culture aziendali
e società molto diverse, includono sia
economie emergenti sia economie mature ed hanno
diversi livelli di adozione del web".
In linea generale aumenta il numero
di telelavoratori convinti che su Internet circolino
meno minacce informatiche rispetto all'anno
precedente: una sensazione di tranquillità
che riguarda il 56 per cento nel 2007 contro
il 48 per cento nel 2006. "Questo trend
è molto forte in Brasile (71%), India
(68%) e Cina (64%) - spiegano i ricercatori
di Insight Express che hanno svolto lo studio
per conto di Cisco - tre delle economie mondiali
che crescono più rapidamente, in cui
la forza lavoro dipende sempre più dal
web e dalle reti aziendali".
Questa diffusa tranquillità
viene ascritta al fatto che gli attacchi online
oggi sono meno visibili di un tempo: nel 2007
si ritiene (fonte: Computer Security Institute)
che il numero di aggressioni con scopi finanziari
abbia superato gli altri tipi di attacchi e
che per la prima volta l'anno scorso la perdita
media annuale dovuta ad attacchi fraudolenti
abbia superato quella generata dai danni malware.
"Anche se le odierne minacce sono più
pericolose, perché mirano all'identità
delle persone e ai dati sensibili delle aziende
- sostengono gli analisti - la loro natura invisibile
crea un falso senso di tranquillità fra
i dipendenti, che può causare una minore
disciplina nel comportamento online, in particolar
modo quando si lavora a distanza".
Chi si lamenta che le imprese
e gli enti pubblici non ricorrano al telelavoro
con sufficiente frequenza e insistenza, dunque,
dovrebbe ripensarci a leggere lo studio di Cisco.
"Quando lavorano da casa, le persone tendono
ad abbassare la guardia molto più che
in ufficio, dal momento che adeguarsi alle policy
di sicurezza non sembra così semplice
o così necessario finché si è
fra le mura domestiche". Parole di John
N. Stewart, Chief Security Officer di Cisco
Systems.
Uno schema dei comportamenti a
rischio diffuso dagli esperti riguarda l'apertura
di email provenienti da fonti sospette, a cui
nel 4 per cento dei casi in Italia segue anche
l'apertura degli allegati a corredo di quei
messaggi. Con la conseguenza che su PC non presidiati
possono essere installati backdoor e trojan
capaci di compromettere la sicurezza aziendale.
Nel Belpaese, inoltre, il 30 per
cento dei telelavoratori usa gli strumenti di
lavoro per scopi personali. Il grosso di loro,
in tutti i paesi, considera questo comportamento
inaccettabile, però lo fa lo stesso,
in particolare per visitare siti di social networking,
scaricare musica, comprare online. Attività
normalmente legittime sulle quali, però,
il datore di lavoro potrebbe avere qualcosa
da ridire, e che aumentano di qualche punto
il rischio sicurezza complessivo per gli strumenti
di produttività.
Come se non bastasse, a suscitare
orrore e raccapriccio nelle imprese che impiegano
telelavoratori arriva il dato secondo cui il
31 per cento dei dipendenti italiani da remoto
nel 2007 ha consentito a propri amici e familiari
di mettere mano agli strumenti di lavoro dedicati
(solo il 19 per cento si era permesso di farlo
nell'anno precedente). Comportamenti condivisi
anche in paesi come la Cina (39 per cento di
"condivisione" dei tool di lavoro)
ma anche con Regno Unito e Francia, rispettivamente
al 22 e al 15 per cento.
Ma la vera ciliegina sulla torta
è il WiFi illegale. A fini lavorativi,
anziché ricorrere alle proprie infrastrutture
di rete, il 12 per cento dei telelavoratori
preferisce "scroccare" la connettività
wireless di altri, ad esempio dei vicini. In
Francia lo fa il 15 per cento dei dipendenti
da remoto, nel Regno Unito l'11 e in Italia
il 18 per cento.
Tra le possibili falle del sistema
telelavoro anche il fatto che siano molti ad
accedere alle reti aziendali con propri apparecchi
anziché con quelli "certificati"
dall'impresa o dall'ente pubblico, il che significa
mettere potenzialmente a rischio i file che
si trattano: in Italia lo fa quasi la metà
dei telelavoratori.
Le soluzioni individuate fin qui
dalle aziende vanno tutte nell'aumento della
spesa in sicurezza ma gli esperti di Cisco,
pur direttamente interessati ad accogliere quegli
investimenti, sottolineano l'esigenza di "fare
cultura" presso i dipendenti, generare
in loro consapevolezza sugli strumenti, le procedure
e la rilevanza di un atteggiamento "proattivo"
alla security. "Che la conoscenza sia lo
strumento di protezione più efficace
- sostiene Stewart - non è una novità;
la novità è il modo in cui l'IT
è al centro dell'attività di persone,
processi e tecnologia per proteggere le imprese
nel modo più efficace. Accrescere la
consapevolezza degli impiegati attraverso una
formazione continua riduce le minacce, gli attacchi,
e le costose conseguenze che solitamente portano
con sé". Impresa avvertita, mezza
salvata. Per l'altra mezza, chiedere ai dipendenti
da remoto.
Fonte originale: Punto-informatico.it
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