Roma - Il decreto Gentiloni
sull'oscuramento dei siti pedofili è
una grossa delusione.
Dimostra che la strada intrapresa dalla politica
italiana nei confronti della rete Internet
continua ad essere quella dall'approccio umorale
ed incompetente che l'ha caratterizzata in
questi anni. È come un cartello con
su scritto a chiare lettere "Nulla è
cambiato". Lo possiamo leggere chiaramente
nel tono trionfante di comunicati stampa su
provvedimenti tutto sommato piccoli come questo
(che seguono l'infelice percorso tracciato
l'anno scorso con il banning statale degli
IP di centinaia di siti dedicati alle scommesse
on line), lo si percepisce sia nel metodo
utilizzato che nel merito di simili decisioni,
prese di concerto dal Ministero delle Comunicazioni
e dal Ministero per le riforme e le innovazioni
della Pubblica Amministrazione.
Poiché le cose talvolta
vanno chiamate con il loro nome, lo Stato
Italiano continua a scegliere la strada della
censura rispetto a quella del controllo. Si
arroga il diritto di educare i cittadini ad
una "giusta" navigazione in rete
(decidendo di volta in volta cosa debba essere
raggiungibile e cosa no), quando il suo compito
sarebbe quello, assai più banale, di
pensare e mettere in atto strumenti per punire
i reati eventualmente commessi, in rete come
altrove.
Continua a trionfare in questo
paese l'idea balzana che Internet sia "altro"
rispetto al mondo reale. Non è un caso
che la nostra legislazione sia tutta un fiorire
di incisi nei quali si specifica "anche
per via telematica" o di normative ad
hoc che fin dall'intestazione indicano "Internet"
come il luogo della loro necessaria attuazione.
Forse è utile ricordare che in Italia
dal 2003, all'interno dell'ultima revisione
della normativa sulla pedofilia, esiste il
reato di "pornografia virtuale",
nel quale magicamente il legislatore equipara
ciò che sembra con ciò che è,
nel più totale spregio di ogni logica
fattuale. Internet diventa così l'unico
ambito nel quale "consumare" immagini
di una trentenne nuda truccata da lolita configura
il medesimo reato di chi accede a contenuti
pedofili, pur con pene ridotte di 1/3.
Questo ambito da torbida caccia
alle streghe è il contesto nel quale
galleggia il paese da anni ogni qualvolta
la parola Internet sibila nelle bocche dei
nostri politici e ciò accade in particolar
modo quando ad essa si aggiunge l'altro termine
in grado di scatenare la nostra preoccupazione
e la nostra indignazione: "pedofilia".
La notizia di oggi è che nulla sembra
essere cambiato in questa distorta visione
del mondo, nemmeno ai tempi del Ministro Blogger.
Il decreto Gentiloni è
per molti versi un provvedimento quasi inutile:
la ragione principale di questa inutilità
è che - banalmente - il traffico pedopornografico
non passa più sul web ormai da molto
tempo. La parte più consistente (e
interessante per noi genitori) del reato di
pedofilia in rete (una percentuale modesta
rispetto alla reale entità del fenomeno)
si riduce all'approccio su forum e chat del
minore da parte dei pedofili. La fruizione
di materiale pedopornografico invece avviene
per la maggior parte all'interno delle cosiddette
"darknet" o in misura minore sui
circuiti P2P. Sul territorio italiano - come
ha sottolineato, per una volta con costrutto,
Don Fortunato di Noto - nessun provider ha
mai avuto nulla da eccepire alla chiusura
immediata di pagine web a contenuto pedofilo
in tempi assai minori delle 6 ore previste
dal decreto Gentiloni anche quando la segnalazione
non aveva i crismi della imposizione del magistrato.
Proprio perché si tratta di un consumo
che viene diffusamente percepito come odioso
ed immorale al di là di ogni legislazione
al riguardo. Ma nel momento in cui i pedofili
si ritrovano all'interno di reti private vituali
nessun oscuramento degli IP sembrerebbe possibile.
La reale portata del provvedimento
approvato in questi giorni sembra invece essere
un'altra: quella di obbligare i fornitori
di accesso a ridisegnare la mappa dei siti
web raggiungibili dagli utenti della Internet
italiana. Tutto ciò, compresa la chiamata
alle armi degli ISP come casellanti forzosi
(l'alternativa è una sanzione amministrativa
fino a 250.000 euro) dei passaggi a livello
della rete mondiale - come è ovvio
e come è già accaduto per faccende
di ben altra (in)consistenza come quella delle
scommesse on line - apre la strada a discrezionalità
ampie e pericolose. E davvero non paiono eccessivi
i paragoni che molti commentatori hanno fatto
in questi giorni fra il firewall cinese e
quello che l'Italia sta predisponendo un mattoncino
alla volta.
Per fare un esempio giusto di
questi giorni l'Ente Nazionale per la Protezione
degli Animali ha chiesto - sull'onda del decreto
Gentiloni - l'intervento dei provider perché
impediscano l'accesso alle centinaia di siti
web nei quali poveri animali vengono torturati
e uccisi. Ebbene, che vogliamo fare sig. Ministro?
Ignoriamo le istanze delle foche trucidate
in Antartide?
Qualche anno fa il Codacons
chiese ad un giudice romano di imporre la
chiusura del noto sito web americano Rotten.com
perché mostrava immagini orribili non
adatte ai minori. Così ci si potrebbe
domandare: perché mai un navigatore
della rete dovrebbe poter incappare nelle
immagini di un poveretto ridotto in poltiglia
da un TIR? Giusto l'altro ieri un magistrato
di San Paulo del Brasile ha ordinato la chiusura
di Youtube (addirittura) perché gli
utenti continuavano a caricare il filmato
della ex moglie del calciatore Ronaldo immortalata
durante un amplesso su una spiaggia piena
di turisti. Lo vogliamo dedicare un bel blocco
degli IP alla privacy violata dell'avvenente
modella?
Mi pare sia evidente a tutti
che così davvero non se ne esce. Non
possiamo modellare una rete Internet a misura
della sensibilità, della cultura, delle
abitudini, dei semplici pruriti di questo
o quel soggetto, ridisegnandone ogni giorno
i confini in base al vento che tira. Ciò
che possiamo e dobbiamo fare è lasciare
tutta Internet "aperta a tutti",
così che ognuno di noi possa continuare
a decidere per sé quali informazioni
raggiungere e quali invece rifiutare. Ciò
che deve aumentare e non ridursi è
la libertà individuale, un bene che
i politici di questo paese, in casi come questo,
mostrano di tenere in nessun conto. Se poi
da simili smodate libertà dovessero
discendere comportamenti illeciti, allora
ben venga la polizia postale e tutto il resto,
esattamente come accade nel benedetto mondo
reale dove ognuno, esattamente come in rete,
è responsabile per ciò che fa.
E forse è bene ricordare che on line
il perseguimento di simili orrendi reati è
assai più semplice di quanto non avvenga
nelle scuole, nelle famiglie, nei centri ricreativi
o nelle palestre.
Paolo Gentiloni, nel comunicato
stampa di presentazione del decreto (un decreto
misterioso che circola in rete solo in versione
non ufficiale perché nessuno al Ministero
ha ritenuto di doverlo diffondere ai cittadini)
ci dice che va tutelata la libertà
di Internet "contro ogni tentazione di
censura preventiva e generalizzata".
Poi però nel testo del decreto si afferma
che verranno bloccati gli IP dei siti interessati
e quindi basterà una immagine pedofila
caricata su un server qualsiasi per costringere
gli ISP a "spegnere" centinaia di
siti che nulla hanno a che fare con un simile
reato. Con buona pace della nostra libertà
individuale e di quella di Internet. E taccio
qui la decina di ragioni tecniche che rendono
il banning degli IP facilmente aggirabile
da chiunque e quindi di fatto inefficace non
solo per i tecnici ma anche per i semplici
utenti della rete. E se non fossi piuttosto
arrabbiato eviterei di linkare questo post
che il Ministro ha scritto sul suo blog pochi
giorni fa nel quale si afferma testualmente:
"Capisco l'allarme sociale creato dalla
presenza nella rete di contenuti violenti,
illegali, pericolosi per i minori. Ma non
capisco come questo allarme possa tradursi
nella tentazione di "controllare"
o "filtrare" la rete".
Poi, per dirla proprio tutta,
nel comunicato del Ministero delle Comunicazioni
si gioca con le parole quando si afferma che
il decreto "è stato definito dopo
un'istruttoria durata alcuni mesi cui, oltre
ai due Ministeri interessati, hanno partecipato
attivamente anche la Polizia Postale e delle
Comunicazioni e le stesse associazioni degli
Internet Provider".
Non ho idea di cosa significhi
per Gentiloni l'avverbio "attivamente",
quello che so è che l'Associazione
Italiana Internet Provider è stata
sì convocata ed ascoltata ma poi del
tutto ignorata nelle osservazione che aveva
posto al riguardo del decreto. Quindi è
probabile che il Ministro utilizzi il termine
"attivamente" con sfumature leggermente
differenti da quelle previste dal vocabolario.
L'argomento "pedofilia"
si presta moltissimo ad essere utilizzato
per fini secondari. E capita spesso di percepire
come questi secondi fini siano la ragione
stessa delle scelte e degli indirizzi intrapresi.
La circospezione con cui i media trattano
simili materie (quasi nessuno sui giornali
in questi giorni ha trovato nulla da eccepire
alle scelte liberticide del decreto Gentiloni)
fa il paio con l'omogeneo e piatto consenso
che tutti i nostri politici mostrano nei confronti
del prezzo da pagare presentato ai cittadini
ogni qualvolta la magica parola "pedofilia"
viene pronunciata in Parlamento. Abbiamo la
classe politica più vecchia d'Europa,
molti di costoro certo non comprendono nemmeno
di cosa si stia parlando per semplici ragioni
anagrafiche o di disinteresse, gli altri...
beh gli altri sono francamente una delusione,
ed in un giorno come questo ci dispiace molto
di averli votati e sostenuti.
Massimo
Mantellini
Manteblog
Fonte: Punto-informatico.it
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