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Roma - Può capitare di
imbattersi in una vulnerabilità di un
sistema, in un buco - piccolo o grande che sia
- lasciato aperto per colpa di una disattenzione
o di una leggerezza. O, più frequentemente,
capita di riuscire a pensare a quell'unica possibilità
che esperti programmatori non avevano previsto:
è un po' la dimostrazione pratica della
celebre legge di Murphy. Qualcosa del genere
è successo nelle scorse settimane anche
all'Università degli studi di Milano-Bicocca,
dove uno studente ha scoperto un problema nei
sistemi dell'anagrafica e ha contribuito a sanarlo.
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Il suo nome è Aniello
Coppeto e studia Informatica. Racconta a PI
come si sia accorto per caso, mentre si trovava
nel laboratorio dell'ateneo, di un link insolito
nella pagina di un avviso sulla bacheca digitale
della facoltà: "Stavo leggendo un
bando per diventare tutor - spiega a Punto Informatico
- c'era un link e l'ho seguito". Un clic,
e "Nello" scopre di aver avuto accesso
ad un pannello di configurazione dei privilegi
del laboratorio. Con sua sorpresa scopre anche
che, da quel pannello, con poche righe di codice
potrebbe avere accesso alle informazioni su
tutti i suoi colleghi di facoltà.
"Avere accesso ad una banca
dati abbastanza importante significa soprattutto
decidere di agire responsabilmente", precisa
Nello, ossia essere in grado di gestire la faccenda
senza creare danni. Per questo si rivolge subito
al suo professore, Claudio Ferretti, docente
tra l'altro del corso di Sicurezza dei sistemi
informatici. "Normalmente la gestione dei
laboratori avviene a livello di ateneo - precisa
il professore - In questo caso sono stato coinvolto
poiché lo studente frequenta la mia facoltà".
"È bene sottolineare - precisa il
professore - che la questione riguardava un
ambito specifico, un piccolo applicativo creato
da noi per questioni amministrative". Si
trattava dunque di un accesso ad una quantità
ristretta di informazioni, e l'impatto che avrebbe
avuto l'eventuale falla sarebbe comunque stato
limitato. "Coppeto comunque si è
mosso con rigore, mi ha contattato e con i responsabili
della struttura abbiamo verificato la problematica
con la massima trasparenza".
Il professor Ferretti non crede
nella cosiddetta pratica del security through
obscurity: "La gestione del problema e
la sua soluzione sono state in parte affidate
a Coppeto, che ha collaborato con gli sviluppatori
e i responsabili del dipartimento". Il
problema era legato ad un ottimismo eccessivo
tenuto in fase di progettazione: "Si era
dato per scontato che l'accesso degli studenti
avvenisse dalla rete di ateneo, dove vige un
controllo rigoroso del software installato,
e che si accedesse solo con browser Internet
Explorer".
Come spiega il professore, si
tenta sempre di fare "il gioco dell'avvocato
del diavolo" con i propri sistemi per cercare
di metterli in sicurezza: nel caso della rete
della Bicocca si era data la precedenza alla
sicurezza dall'esterno verso l'interno, per
prevenire attacchi provenienti da fuori, e dall'interno
verso l'esterno, per evitare che qualcuno potesse
sfruttare le risorse universitarie per scopi
non leciti. "Il caso che si è verificato
è stato la conseguenza di una scelta
superficiale di scenario ipotetico. Si era tentato
di mettersi nei panni dell'attaccante per prevenire
gli abusi, si erano prese delle precauzioni:
ma Coppeto è riuscito a fare di più".
Per fortuna, tra studente e università
c'è stato un buon dialogo: "Il mio
professore mi è piaciuto moltissimo -
racconta Nello - Spesso quando ci si presenta
come hacker la gente tende a considerarti un
semplice ficcanaso: si domandano perché
tu abbia provato a guardare dentro un sistema
con un buco, ci si può mettere in situazioni
difficili da gestire". C'è insomma
chi apprezza la curiosità di uno studente,
di un hacker con tanta voglia di imparare, e
chi meno: "Il professore ha apprezzato
e questo mi ha dato coraggio: se ricapitasse
lo rifarei, l'importante è agire con
serietà".
a cura di Luca Annunziata
Fonte originale: Punto-informatico.it
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