Roma - È singolare che
la SIAE dica, in via preliminare, che chiunque
in rete deve pagare i diritti d'autore agli
artisti protetti, a prescindere dal carattere
lucrativo del proprio sito, e poi, per giustificare
i propri "diritti", si appelli al
fatto che anche i siti didattici contengono
aspetti commerciali attraverso i banner.
Questo sta semplicemente a significare
che la SIAE sa bene d'aver iniziato a comportarsi
in rete in maniera del tutto anomala e che,
nel contempo, per poter applicare al web le
stesse regole della vita reale, deve necessariamente
sostenere la presenza di un carattere "lucrativo"
nei siti didattici.
Le affermazioni relative alle
pubblicità presenti nel sito homolaicus.com
denotano solo una profonda incomprensione
di come funzioni il web. Le uniche inserzioni
che in Homolaicus rendono un minimo sono quelle
di Google (i cui contenuti sono contestuali
agli argomenti trattati), le altre sono tutte
a scopo gratuito o di scambio banner o di
pari reciprocità e visibilità,
o comunque tali da non giustificare affatto
alcun carattere commerciale del sito. E lo
posso dimostrare in qualunque maniera.
Si dirà che la SIAE non
può sapere se da un circuito banner
il webmaster ricava o no qualcosa. Ma a noi
docenti quando mai è stato detto che
un semplice circuito banner trasforma, eo
ipso, un sito da didattico a commerciale?
La SIAE è in rete da
un decennio, esattamente come i docenti, e
non s'è mai comportata così
nei nostri confronti. Noi siamo funzionari
pubblici, dipendenti di un Ministero, svolgiamo
un ruolo socialmente rilevante, tutelato dalla
Costituzione (non è forse anche dalla
formazione che dipende il destino di un paese?).
È da quando è nato il web che
agiamo per il bene della didattica e della
cultura e quindi anche dell'arte: fino adesso
ci siamo limitati a citare le fonti e a scambiarci
gratuitamente i materiali. Chi autorizza la
SIAE a impedirci dal continuare in questa
maniera?
Noi docenti non abbiamo ricevuto
disposizioni in merito dal nostro Ministro.
Chiediamo anzi che intervenga con un provvedimento
urgente e ci dica come comportarci. La SIAE
ha 80.000 artisti da tutelare, ma noi abbiamo
milioni di mega da controllare.
La SIAE avrebbe dovuto dare
comunicazione in una conferenza stampa che
aveva intenzione di interpretare la legge
633/1941 in maniera restrittiva per il web
didattico e culturale e che, dopo un certo
periodo di tempo, si sarebbe comportata in
maniera conseguente. Tutto il detto web si
sarebbe certamente messo in regola: non a
caso nelle interrogazioni parlamentari è
stata chiesta una moratoria.
Colpire così proditoriamente
i docenti, senza alcun preavviso, mettendoli
in una condizione peggiore di quegli studenti
che fanno pirateria informatica e che facendola
privatamente e senza scopo di lucro, non vengono
sanzionati, è stata un'azione a dir
poco inqualificabile. Peraltro nel sito della
SIAE, per andare a recuperare il file pdf
(non esiste neppure un motore di ricerca interno)
degli autori protetti, bisogna fare i salti
mortali. Non hanno neppure pensato di metterlo
nella home page.
Grave comunque resta l'affermazione
secondo cui tutti i siti che presentano inserzioni
commerciali sono commerciali. Gli ad-sense
di Google si trovano su qualunque sito, ma
non per questo ogni sito è dotato di
p. iva, è iscritto al registro delle
imprese, tiene una contabilità... Non
riuscire a capire questa cosa è singolare
per una Società che dispone del proprio
dominio dal 1997.
Che cos'è che qualifica
come "commerciale" un sito? Il fatto
di vendere beni o servizi, materiali o immateriali,
il fatto di avere un carrello, di fare ecommerce
o business to business, nonché il fatto
di poter fare tutto questo secondo le regole
giuridiche previste dalla legge. Homolaicus
non fa e non potrebbe fare nulla di tutto
questo. Tant'è che la stessa SIAE è
costretta a dire che nei miei confronti è
stata indotta ad applicare "tariffe ridotte,
in considerazione dell'uso culturale".
Il che in sostanza vuol dire che per la SIAE
tutti i siti, solo per il fatto di utilizzare
immagini protette, diventano siti "commerciali"
e che solo in subordine, in ragione dei loro
contenuti culturali, possono beneficiare di
sconti.
Di qui l'improprietà
dell'esempio addotto per giustificare la riscossione
dei diritti d'autore: "Se pubblico un
libro con decine d'immagini tutelate, il diritto
d''autore va corrisposto o no?". Homolaicus
non è un editore che pubblica libri
con immagini tutelate. Quando "pubblica"
qualcosa non lo fa come "editore",
a meno che per la SIAE non valga l'assunto,
del tutto arbitrario, che qualunque webmaster
sia ipso facto un editore. Tutti i testi di
Homolaicus sono originali e riproducibili
in forma gratuita, oppure sono stati presi
dalla rete in quella forma che gli americani
chiamano "as is", cioè "qua
talis", e se a volte vi sono state lacune
nella individuazione della fonte, la cosa
s'è sempre risolta amichevolmente coi
diretti interessati.
Non ha poi alcun senso tecnico
sostenere che le immagini usate in un sito
web siano una riproduzione fedele dell'originale,
quando tutti sanno che il formato jpeg è
quanto di più precario si possa pensare
a tale scopo, al punto che nessun "editore"
si sognerebbe mai di utilizzare le immagini
di un ipertesto per farci un libro o un poster
o una locandina. Le immagini che ho usato
io sono tutte a bassa risoluzione e inutilizzabili
persino per uno screensaver.
Ma ciò che più
mi mortifica come uomo, come insegnante, come
operatore culturale, come amante dell'arte
in generale non è tutto questo: è
piuttosto il fatto che si insista nel dire
che mettendo nel circuito banner cose non
attinenti all'arte io violo la dignità
morale degli artisti.
Su questo vorrei precisare alcune
cose per me molto importanti e facilmente
dimostrabili: tutti gli ipertesti rimossi
contenevano esclusivamente gli ad-sense di
Google (non mi sarei sognato neanche lontanamente
di associare - come dice il responsabile dell'Uff.
Arti Figurative - "gli alberghi della
Riviera romagnola" con "Matisse":
frasi di questo e altro genere presenti nell'intervista
non potranno certo cadere nel vuoto). Il circuito
banner appare in tutte le sezioni principali
del sito, che è di tipo "generalista".
In secondo luogo l'immagine
di Picasso usata nel puzzle non è stata
affatto scomposta o manipolata: le tessere
che si vedono sono semplicemente un effetto
ottico dell'applicativo in java. E in ogni
caso anche se l'avessi scomposta non può
certo essere la Siae, che è società
privata commerciale, a dire che quel puzzle
viola la dignità morale di Picasso.
Dov'è quel critico d'arte che direbbe
la stessa cosa?
In terzo luogo voglio dire che
un docente dovrebbe sentirsi libero di apporre
cerchi quadrati linee su un dipinto per poterlo
meglio interpretare. Se tale azione didattica
fosse del tutto immorale, andrebbe considerata
tale anche dopo aver pagato i diritti patrimoniali
e non la si dovrebbe neppure vedere nei manuali
scolastici.
In quarto luogo debbo dire che
la SIAE non può chiedere ai docenti
di disinteressarsi dell'arte degli ultimi
70 anni o di farci pagare i diritti sopra,
come se dall'affronto critico di quell'arte
essi dovessero ricavarci chissà quali
interessi personali. In realtà il nostro
lavoro è quello di esaltare il genio
creativo degli artisti e quindi, indirettamente,
inevitabilmente, di incrementare, a titolo
gratuito, i loro diritti patrimoniali e dei
loro eredi.
Lo sanno gli eredi di Picasso,
Kandinsky, Klee, Matisse, Marinetti, Balla,
Severini, Braque, Cangiullo, Carrà
che, obbligandomi a rimuovere 70 mega di materiali
dedicati a loro, la Siae ha danneggiato gravemente
i loro interessi? Davvero questi eredi avrebbero
preferito che avessi messo tutto in un'area
riservata? E per quale ragione un giornalista
che avesse fatto la stessa cosa non avrebbe
pagato nulla alla SIAE, in virtù del
suo diritto di cronaca?
Enrico Galavotti
www.homolaicus.com
Fonte: Punto-informatico.it
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