Il putiferio che tale vicenda
ha scatenato ha qualcosa di indecoroso e drammaticamente
inutile: si tratta poi di materia certamente
difficile da discutere per il vasto numero
di differenti problematiche che scatena. Eppure
è un argomento interessante che coinvolge
direttamente l'ambiente digitale.
Che un governo ampiamente dimissionario decida
di distribuire questi dati senza alcun preavviso
è certamente curioso (dove "curioso"
sta a significare che certamente c'è
qualcosa che ci sfugge). E tuttavia - come
è noto - stiamo parlando di dati già
pubblici fin dal lontano 1973, quando un decreto
legge dell'epoca sanciva, in tempi non sospetti,
che tali elenchi che oggi creano tanta accesa
discussione "sono depositati per la durata
di 1 anno, ai fini della consultazione da
parte di chiunque, sia presso lo stesso ufficio
delle imposte sia presso i Comuni interessati."Ancora
più importante sembra essere il fatto
che la pubblicazione online sia oggi un adeguamento
all'importante Codice dell'Amministrazione
Digitale, introdotto da Lucio Stanca nel 2005
(una delle cose migliori fatte dall'ex Ministro
dell'Innovazione), che cercava di facilitare
la vita dei cittadini risolvendo in rete molti
dei loop burocratici che soffocano il paese.
Gli esperti di privacy hanno pareri molto
variabili al riguardo del pandemonio scoppiato
i giorni scorsi: il Garante delle Privacy
Francesco Pizzetti parrebbe essere contrario,
visto che si è precipitato a bloccare
la diffusione degli elenchi ordinandone la
rimozione dal sito web dell'Agenzia delle
Entrate e causando (indirettamente) il caos
attuale che vede disponibili sul P2P frammenti
più o meno ricomposti dell'immenso
database dei redditi degli italiani. Di parere
sostanzialmente opposto il padre della normativa
sulla Privacy italiana, Stefano Rodotà,
il quale ha
fatto sapere che, dal suo punto di vista,
i dati diffusi sono dati non sensibili e per
questa ragione non meritevoli di eccessive
attenzioni. Se navigate un po' in rete poi
troverete pareri di giuristi ed esperti vari
di segno totalmente opposto uno con l'altro.
E Internet? Cosa c'entra Internet in tutta
questa storia?
La descrizione di Internet come il luogo nel
quale il presunto crimine è stato prima
perpetrato e poi reiterato per via della sua
natura di strumento umorale, ridondante ed
incontrollabile, è uno degli aspetti
maggiormente interessanti di tutta la vicenda.
Gli utenti di Internet sono i secondi colpevoli
del misfatto, rei di aver consegnato all'eternità
un lungo parziale elenco di numeri che in
moltissimi continuerebbero a non voler vedere
diffusi.
Nella giornata di venerdì il Codacons,
una delle principali organizzazioni dei consumatori
italiani, ha cavalcato l'onda delle messa
online dei redditi per dichiarare che denuncerà
Vincenzo Visco per la diffusione degli elenchi
e - molto più interessante - che qualsiasi
cittadino, per tramite dell'Associazione,
potrà richiedere un risarcimento allo
Stato dai 500 ai 1000 euro per la propria
privacy violata, semplicemente iscrivendosi
alla newsletter del movimento e ricevendo
come premio il modulo per il ricorso.
È un mondo meraviglioso: accedo a Internet,
guardo i redditi online di star della TV,
colleghi di lavoro e vicini di casa e poi,
sempre su Internet, scarico un modulo per
domandare allo Stato un risarcimento una tantum
di 1000 euro per l'affronto subito alla riservatezza
dei miei dati. E questo molto prima che qualsiasi
corte abbia preso una qualunque posizione
al riguardo.
Così vanno le cose. Perfino Beppe Grillo
si
è infuriato per la diffusione degli
elenchi e molti suoi fan e commentatori non
hanno creduto ai propri occhi leggendo sul
suo blog le giustificazioni che per una volta
oppongono il comico a quella trasparenza dei
dati che da anni, a colpi di sonori vaffanculo,
pretende da chiunque.
Ognuno insomma mostra di avere un parere sulla
vicenda: si fanno paragoni con le normative
degli altri paesi, si sottolineano le peculiarità
italiche che farebbero della penisola un "unicum"
o, come scrive efficacemente Filippo Facci
su Macchianera, "una immensa portineria".
Eppure il punto principale, l'unico per conto
mio davvero interessante, sembra essere quello
di comprendere come Internet possa mutare
i nostri rapporti con la Pubblica Amministrazione
e se questa vicenda possa essere un passo
in tale direzione, al di là dei garanti
che non garantiscono, dei politici che lasciano
trappole per i nuovi governi e dei commentatori
capaci sempre e solo di ragionare nel breve
respiro del proprio interesse.
Nicola Mattina sul suo blog scrive
per esempio una cosa interessante al riguardo
e vale a dire che in vicende del genere Internet
muta il concetto di spazio pubblico, il luogo
"ove chiunque ha il diritto di circolare....luogo
simbolico delle libertà civili: libertà
di manifestazione, di parola, d'espressione".
Un cambio di scenario su cui meditare.
Del resto oggi molte cose si possono fare
in rete: il fatto che vengano sovente fatte
male è una variabile non secondaria
in una vicenda simile. Per esempio, come scriveva
Cristiano, un commentatore sul mio blog qualche
giorno fa, non sarebbe forse stato più
utile creare una semplice interfaccia di interrogazione
del database nome per nome, invece che rilasciare
immensi elenchi in formato txt con i dati
alfabetici di migliaia di persone riuniti
in un unico file? Perché non creare
un banale meccanismo di autenticazione che
consenta all'Amministrazione di sapere chi
domanda i dati di chi, esattamente come avviene
quando ci si reca in Comune con il medesimo
legittimo intento? Sarebbe bastato un piccolo
ragionamento supplementare per rendere la
consultazione online più simile a quella
già ora prevista, e ciò avrebbe
certamente limitato molte polemiche mantenendo
intatti i vantaggi legati alla consultazione
online.
Ancora una volta capire Internet sembra essere
materia ostica per tutti: lo è per
l'Agenzia delle Entrate, incapace di immaginarsi
come pubblicare i dati in maniera congrua,
così come lo è per la lunga
lista di quanti in questi giorni si sono distinti
per aver lanciato il solito ridicolo allarme
sui grandi rischi legati alla sua anarchia.
Internet come alibi insomma, quando potrebbe
essere invece uno dei motori della innovazione,
anche intellettuale, di questo vecchio paese.
Massimo
Mantellini
Manteblog
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