Roma - L'adozione di sistemi
di autenticazione per accesso a reti o dati
è andata consolidandosi nel nostro
Paese grazie alla "famigerata" legge
privacy, dove all'Allegato B si prescrive
alle aziende l'obbligo di adottare credenziali
di autenticazione, ad esempio password, che
ogni incaricato deve preservare e mantenere
segrete. Eppure aumentano le sentenze emesse
in materia di divulgazione, diffusione o cessione
di credenziali di autenticazione, in particolare
nell'ambiente lavorativo. L'ultima pronuncia
emessa dalla Corte di Cassazione (Sezione
del Lavoro) sembra di rilievo, in quanto dimostra
come la sola comunicazione di password senza
autorizzazione possa giustificare un licenziamento
con biglietto di sola andata.
Nei fatti, Caio lavoratore dipendente
della Ditta Beta, comunicava ad un ex collega
(ex dipendente della Ditta Beta stessa) le
proprie credenziali di autenticazione per
accedere alla rete. In sostanza, mediante
l'utilizzo delle credenziali di autenticazione
di Caio, Tizio accedeva esclusivamente a statistiche
ed illustrazioni pubblicitarie del prodotto
commercializzato dalla Ditta Beta. Ebbene,
queste condotte sono state oggetto di contestazione
da parte della Ditta Beta la quale al termine
dei vari gradi relativi al processo dinnanzi
al Giudice del lavoro, ha ottenuto ragione
circa la giustezza del licenziamento di Caio.
Accertato nei fatti che la password
di accesso alla rete era stata comunicata
da Caio a Tizio (e non che quest'ultimo avesse
utilizzato canali diversi per procurarsela)
la Cassazione ha rinvenuto nella condotta
del dipendente Caio una forma di inadempimento
talmente grave da giustificare in proporzione
il licenziamento attuato.
Il diritto applicabile
È incredibile come ad oggi continuino
ad emergere fatti molto simili a quelli che
hanno visto coinvolti la Ditta Beta, Caio
e Tizio. Difatti, sempre più frequentemente
le password di accesso a connessioni e dati
sono utilizzate maldestramente da chi ne dovrebbe
mantenere cura e segretezza; la causa di questo
modo di pensare e sottovalutare i rischi che
potrebbero derivare dalla comunicazione non
autorizzata delle credenziali di accesso,
spesso non è da attribuirsi al dipendente
però, ma proprio al datore di lavoro.
Difatti, se da una parte oggettivamente
il lavoratore deve prendere atto che le credenziali
di autenticazione altro non sono che una risorsa
aziendale messa a disposizione dalla struttura
lavorativa e che la loro destinazione deve
essere prettamente connessa al motivo per
cui sono state introdotte, dall'altra il datore
di lavoro omette talvolta ingenuamente talvolta
dandolo per scontato, di informare e formare
i propri dipendenti del motivo che sta alla
base di una gestione dei dati o delle reti
protetta da password.
Oggi la tanto criticata legge
sulla privacy (il decreto legislativo n. 196/2003)
è un "perno" non trascurabile
mediante il quale cercare di imporre un po'
di evoluzione nella mentalità degli
italiani, che sottovalutano i rischi a cui
sono esposti i loro dati (sia in qualità
di titolari dei trattamenti sia in qualità
di intestatari dei dati stessi) e le falle
di sicurezza esistenti nei sistemi informatici
aziendali.
Il punto critico della sicurezza
informatica in Italia
Potrà momentaneamente lasciare perplessi
quello che sto per scrivere, ma posso tranquillamente
affermare che in Italia le password non sono
l'ultimo dei problemi in ambito di sicurezza,
ma il primo. Ebbene sì! Come formatrice
in ambito di privacy, ho a che fare con enti
pubblici ed aziende, e se il back-up, i sistemi
anti-intrusione e l'antivirus sono ormai familiari
e imprescindibili nel privato e nel pubblico
per conservare sicurezza ed integrità
di dati, progetti ed informazioni, il "pianeta
password" resta incontrollabile, troppo
spesso "auto-gestito" dai dipendenti
che frequentemente ignorano la ratio che sta
alla base dell'utilizzazione di una password
sul posto di lavoro!
Quando durante la formazione
ripeto "mi raccomando: non usate come
password il vostro nome o cognome, o il nome
del cane, del gatto o la data di nascita di
vostro figlio" gran parte dei presenti
mi guarda con sguardo colpevole, ed io capisco
benissimo che bypassare la loro password sarebbe
una sciocchezza! Ma questo perché succede
in un comune, come in un ospedale come in
una azienda privata? Semplicemente perché
il titolare della struttura non investe "nell'informatizzazione
della mentalità" delle persone.
Informatizzarsi non vuol dire solo cambiare
il parco macchine, ma spiegare perché
è meglio un sistema operativo di un
altro, perché alterare una misura di
sicurezza è rischioso, perché
urlarsi da una stanza all'altra la password
di accesso alla rete non può rappresentare
un'abitudine!
Le sentenze sono un campanello
di allarme
Le sentenze che si stanno originando nelle
aule di tribunale italiane sono sintomatiche
dello status di superficialità ed ignoranza
(nel senso proprio dell'ignorare) della centralità
delle credenziali di autenticazione quali
elemento primario della sicurezza aziendale.
Caio che comunica a Tizio la
propria password affinché quest'ultimo
si introduca nel sistema aziendale per visionare
dei dati, è sostanzialmente un soggetto
che ha ignorato i rischi a cui andava incontro:
non sapendo che è possibile verificare
da dove avvengono le connessioni alla rete
nonché chi è l'intestatario
di quella password di accesso. Altrettanto
Tizio ha ignorato che, utilizzando la password
comunicata da Caio, poteva incorrere in un
reato penale di accesso abusivo, dove l'abusività
è data dalla consapevolezza di entrare
in un sistema da cui il titolare lo ha a suo
tempo escluso.
Manca una cultura del diritto
informatico. Mancano le basi e da queste mancanze
nascono sentenze che i giornali titolano talvolta
increduli delle conseguenze, talvolta entusiasti
della notizia legata alla nuova tecnologia
come se fosse un fatto isolato e straordinario.
Ma il futuro è adesso ed adesso bisogna
imparare a gestire l'informatizzazione, anche
nelle situazioni che si danno per scontate.
Avv. Valentina Frediani
www.consulentelegaleinformatico.it
www.consulentelegaleprivacy.it
Fonte: Punto-informatico.it
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