La sfida dei Pirati
di Paolo De Andreis - Un'idea che viene dalla
Svezia contagia l'Europa: è il Manifesto
del PiratPartiet, il primo strumento politico
che sembra capace di riportare il buon senso
nella stanza dei bottoni. Una speranza concreta
Buon senso e conoscenza della
rete. Dice il Manifesto: "Una forza motrice
dell'attuale isteria del monitoraggio è
il business dell'intrattenimento, che vuole
impedire alla gente di scambiare file con
materiale protetto. Ma per farlo, tutte le
comunicazioni private devono essere monitorate.
Per sapere quali sono gli zero e gli uno che
compongono un film, gli uno e gli zero devono
essere analizzati. E gli uno e gli zero che
compongono un brano musicale sono dello stesso
tipo che forma la lettera ad un dottore o
ad un avvocato".
Già, lo diciamo da anni
e il punto è sempre lo stesso. Una
rete di computer nasce per consentire ai suoi
nodi di scambiarsi file. Se si vuole impedire
che certi file vengano scambiati non c'è
altra scelta che sapere quali siano i dati
trasmessi. Oggi le major cercano di farlo
sui sistemi peer-to-peer, arrivando a monitorare
i file ospitati dagli hard disk degli utenti,
ma domani? Andranno a vedere la posta elettronica,
ormai capace di trasportare in un attimo grandi
quantità di file di ogni dimensione?
Indagheranno sui messaggi scambiati in real
time tra gruppi di utenti? Otterranno l'accesso
persino alle comunicazioni cifrate tra privati?
Chi dice che è possibile discernere
le "tipologie" di uno e di zero
senza invadere la riservatezza dell'individuo
ignora il concetto stesso di network. E così
viene trattato dal Manifesto.
Certo, e il PiratPartiet lo
spiega bene, a favore di un nuovo atteggiamento
verso la rete gioca anche il valore intrinseco
dello scambio culturale, l'importanza della
condivisione spontanea e globale tra individui.
"Invece di essere limitati a canoni culturali
decisi (dai produttori, ndr.) - continua il
Manifesto - i giovani di oggi hanno accesso
a musica, teatro e immagini del mondo intero.
È qualcosa che dovremmo abbracciare,
e non tentare di ostacolare". Ciò
che questo può produrre è molto
semplicemente un mondo nuovo, più aperto,
i cui abitanti siano più consapevoli
delle reciproche differenze, e ne facciano
tesoro, trasformandole in un fattore di crescita.
Buon senso, si diceva. Nel proporre
nuove leggi, ad esempio, che abbiano nel mirino
chi fa un uso commerciale della proprietà
intellettuale altrui, ma liberino ora e per
sempre coloro che ne facciano un uso esclusivamente
personale.
Il messaggio è chiaro.
Non si tratta di rispondere alla sgangherata
crociata delle major contro il peer-to-peer
sventolando la bandiera ipocrita della pirateria
scroccona, ma di reagire politicamente e in
modo strutturato a quel coacervo di iniziative
intraprese fin qui per fare della rete un
ambiente da tenere sotto controllo: dal trusted
computing all'EUCD, dalle varie leggi Urbani
all'epidemia del DRM e via peggiorando. Occorre
andare alla radice, smontare i presupposti
dell'orientamento politico oggi dominante,
proporre con coraggio le possibilità
che Internet apre all'umanità tutta.
La nascita del PiratPartiet
e la sua crescente popolarità in Svezia
- si ritiene che sia il partito destinato
ad essere il più votato da coloro che
si recheranno alle urne per la prima volta
- sta suscitando attenzione in tutta Europa,
Italia compresa. Una buona notizia anche per
i sostenitori del diritto d'autore: portare
in Parlamento un drappello di persone competenti
in materia di Internet e determinate ad alimentare
il dibattito sulle potenzialità della
rete può dare a tutti l'opportunità
di dire la propria, anche al di fuori dei
condizionamenti dell'industria. È un
tema troppo importante perché continui
ad essere ostaggio di attività di lobbying
poco chiare e di normative frettolose e cocciutamente
repressive.
Paolo De Andreis
Fonte: Punto-informatico.it
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