Il mercato italiano
Roma - Il 2007 sarà forse ricordato
come "annus horribilis" per l'ICT
italiano: nonostante il mercato sia in forte
crescita, trainato dall'aumento di utenti
a banda larga e dal dilagare di tecnologie
VoIP, gravi minacce lo attendono all'orizzonte.
Caratteristiche del mercato ICT italiano
È risaputo che l'Italia sia un caso
europeo atipico, per la grande presenza di
piccole e medie imprese (PMI) che contribuiscono
ad una fetta consistente dei fatturati nazionali,
a differenza di quanto avviene negli altri
"grandi" paesi europei.
Questa particolarità (chiamiamola "frammentazione")
porta ad una grande effervescenza del mercato
ICT di fascia bassa, che da un lato è
un punto di forza, poiché molte soluzioni
ICT ritagliate sulle esigenze del cliente
(spesso a sua volta una PMI) provengono dalle
menti e dalle tastiere dei programmatori nostrani;
dall'altro lato, tuttavia, rappresenta una
grave debolezza, perché non funge da
stimolo per fornire soluzioni complesse, dominio
incontrastato dei big internazionali, soprattutto
statunitensi.
La dipendenza italiana sotto
questo punto di vista è fortissima:
dai sistemi operativi (Windows), agli antivirus
(Symantec e McAfee), ai database (Oracle,
DB2, SQL Server), ai sistemi ERP (SAP, Sage,
IBM), ai server (Windows, SuSE, Red Hat, Solaris),
alle piattaforme di editing e multimediali
(Dreamweaver, Photoshop), alle soluzioni di
storage (EMC2, Sun), al settore hardware e
server (Dell, HP, IBM), fino alla stessa ricerca
su internet (Google, Yahoo!, MSN).
La relativa stabilità
delle soluzioni è destinata a cambiare:
anche le PMI stanno abbandonando la visione
"autarchica" dei loro mercati (finora
prevalentemente nazionali) per spostarsi sullo
scenario internazionale. Alcune eccellenze
riescono ad ottenere grandi successi ma le
restanti stentano anche a causa di una infrastruttura
ICT debole, confusa, poco interfacciabile
con le altre, che rappresenta un handicap
competitivo non da poco. Più il mercato
si globalizza, più questo svantaggio
emerge.
In Italia, inoltre, si è
in forte ritardo nella adozione di tecnologie
e piattaforme aperte, che potrebbero invece
essere una grande occasione di innovazione
e riposizionamento competitivo: basta citare
i due clamorosi esempi europei, Irlanda ed
Estonia, che con la loro crescita di PIL degli
ultimi anni sono state paragonate alle "tigri
asiatiche" degli anni novanta.
I numeri parlano chiaro: la bilancia commerciale
del settore ICT ha un passivo di oltre dieci
miliardi di euro. Non inganni il lieve miglioramento
dell'anno 2005 rispetto al 2004: il merito
è dovuto soprattutto al settore "telefonini".
A volte basta guardarsi indietro,
capire gli errori di ieri per poi correggere
quelli di domani; non essendoci una storia
nostrana che ci possa aiutare, possiamo tuttavia
guardare ciò che già sta succedendo
in altri paesi, che si trovano in situazioni
simili a quelle che vivremo noi nei prossimi
anni.
India e fuga dall'Italia
L'India, a dispetto delle "voci di corridoio",
è ben lungi dall'essere una seconda
Cina; tuttavia, in particolare nel settore
ICT, sta diventando il serbatoio a basso costo
per tutte quelle attività di servizi
divenute ormai troppo costose nei ricchi paesi
anglofoni (USA, UK, Australia in testa).
Il GDP (Gross Domestic Product, simile al
"PIL" nostrano) indiano sta crescendo
a ritmi del 9 per cento annuo, ma il vero
motore di questa crescita è proprio
il settore ICT, che sta invece crescendo con
valori che in alcuni casi superano il 40 per
cento.
Tutti i servizi immateriali
per i paesi anglofoni possono essere forniti
da indiani con un perfetto accento inglese
(bastano solo quattro mesi di training), con
competenze spesso superiori a quelle dei loro
"colleghi" ricchi, ad una frazione
del costo.
Fiutato ormai l'affare, le grandi compagnie
ICT statunitensi stanno delocalizzando in
India a colpi di miliardi.
Sono nati dei villaggi ICT come New Oroville,
in cui schiere di tecnici vivono e lavorano
con gli strumenti adatti ma con una frazione
dello stipendio che percepirebbero in California.
Ora vi stupisco con un elenco
dei servizi "generali" che sono
già stati delocalizzati: call center
di ogni tipo; operazioni di contabilità;
supporto didattico (correzione esami,preparazione
test); marketing telefonico; consulenze e
azioni legali; progetti architettonici; progetti
ingegneristici; progetti abitativi.
Ecco invece i servizi già
delocalizzati che riguardano il settore ICT:
creazione di software; assistenza remota su
PC utenti; interventi sistemistici su reti,
server, database; migrazione dati; inserimento
dati (i cartacei vengono trasferiti fisicamente
e poi restituiti) e scansione dati; consulenze
per la privacy; gestione documentale; studi
statistici su dati acquisiti; operazioni multimediali
(montaggi video, elaborazioni fotografiche,
montaggi audio). I nomi coinvolti sono DELL,
Oracle, IBM, Microsoft, Sun, Intel, AMD, SAP,
HP... e migliaia di altri. Già dal
2003 esiste la figura del "delocalization
engineer".
Lascio alla vostra immaginazione
quanti altri servizi saranno delocalizzati
nei prossimi anni.
E l'Italia? La nostra "difesa"
è stata finora la scarsa diffusione
della lingua italiana, ma ormai ci attendono
alla "frontiera" migliaia di tecnici
competenti e "affamati" di stipendi
per noi ridicoli.
Nei balcani e nel baltico stanno spuntando
come funghi scuole di lingua per i tecnici
locali (spesso per il tedesco e il francese),
che vogliono migliori guadagni ma preferiscono
rimanere in patria. Queste operazioni sono
spesso supportate dalle grandi aziende, che
cavalcano i nuovi entrati nella famiglia dell'Euro
e i fondi comunitari destinati a progetti
del genere.
Già alcuni call center
vengono oggi delocalizzati in Albania (dove
la TV italiana ha portato la nostra lingua
tra i più giovani) e presto nella ex-Jugoslavia.
Nei prossimi anni un numero sempre crescente
di stranieri (soprattutto est-europei) sostituirà
la manodopera italiana ad ogni livello. L'unica
cosa sulla quale si può discutere non
è se, ma quando.
La nuova guerra delle competenze
umane
Lo scenario "apocalittico" purtroppo
non si ferma qui: il problema non è
soltanto la "migrazione" dei servizi
all'estero ma soprattutto il futuro di quei
professionisti che, in patria, si ritrovano
senza un lavoro. Negli Stati Uniti, colpiti
massicciamente da questa delocalizzazione,
i tecnici locali stanno spendendo energie
e denaro per specializzarsi sempre di più,
riuscendo spesso a reintegrarsi in maniera
proficua nel mercato del lavoro.
L'atteggiamento è sano:
non potendo evitare la concorrenza agguerrita
delle "teste" straniere, si cerca
di sfruttare il vantaggio accumulato per elevare
la propria competenza e tornare ad essere
competitivi nel mercato del lavoro. Non è
un caso che siti web di recruiting specializzato
nel settore ICT come www.dice.com e www.linkedin.com
(mi trovate qui) stiano riscontrando un enorme
successo, segno che i protagonisti del settore
ICT si affannano per rimanere al passo coi
tempi.
In Italia, invece, si assiste
ad un fenomeno di stagnazione davvero deprimente:
l'unica vera reazione di cui sono capaci,
loro malgrado, i professionisti nostrani,
è la fuga verso paesi in grado di apprezzare
economicamente le loro competenze. Il risultato,
nel medio e lungo termine, sarà un
graduale impoverimento delle elevate professionalità
residenti in Italia. Le conseguenze dovrebbero
essere nefaste per l'intera economia.
Virtualizzazione... Soluzioni?
Un'altra minaccia si cela dietro un aspetto
tecnico molto specifico: la virtualizzazione.
A partire dalle corporation produttrici di
hardware (Intel in testa) fino alle grandi
aziende di software, tutti stanno fortemente
puntando sulla virtualizzazione di... tutto.
Il primo passo consiste nello spostare la
potenza di calcolo e la capacità di
storage dai terminali degli utenti verso i
server centrali dell'azienda, incrementando
al contempo la banda (e fin qui, nessun pericolo).
Il passo successivo (già in atto negli
Stati Uniti e UK in maniera massiccia) è
quello di spostare i server e i dati direttamente
in remoto, permettendo una riduzione dei costi
e una migliore affidabilità. È
facile indovinare quali saranno i luoghi privilegiati
che ospiteranno queste "service farm":
luoghi con manodopera a basso costo, energia
a basso costo, terreni a basso costo, banda
larga economica ed affidabile, legislazione
semplice. In poche parole: non in Italia.
Tanto per dare una cifra: in India si stendono
già 15 volte le fibre ottiche che si
stendono qui da noi.
La stessa Italia, da questo
punto di vista, verrà bastonata due
volte: primo, perché le aziende nostrane
adotteranno con notevoli ritardi la "virtualizzazione"
dei servizi informatici (anche per colpa della
stessa legislazione), perdendo in competitività
rispetto alle concorrenti internazionali;
secondo, perché quando verranno virtualizzati
i servizi, il settore ICT risentirà
pesantemente delle perdite in termini di impieghi
lavorativi e salari corrispondenti.
In un certo senso, quindi, le
prime a subire saranno le aziende in generale,
i secondi saranno gli stessi professionisti
dell'ICT.
Le possibili soluzioni
Non ho certo le capacità o i dati per
fare una previsione ragionevole, ma di certo
mi sento di dire che gli scenari da me dipinti
diverranno realtà entro i prossimi
anni.
Il singolo professionista, o
la piccola azienda, può difendersi
da queste minacce investendo molto nella propria
formazione, nella specializzazione, nel rendere
le proprie attività non solo remunerative,
ma anche il più possibile professionalizzanti.
Nel valutare un possibile impiego
ho sempre considerato discriminante lo stipendio
(ovviamente), ma anche il "ritorno"
specialistico che ne deriva. In parole povere,
un impiego deve pagarmi, ma deve anche farmi
crescere professionalmente, altrimenti sono
destinato a "soccombere" prima o
poi alle competenze di qualcun altro, italiano
o straniero che sia.
Facendo invece un discorso più
globale, credo che una vera svolta potrebbe
essere data dal governo, che per decenni ha
dato un ingiusto assistenzialismo a Fiat,
Alitalia, e recentemente alle squadre di calcio,
dimenticandosi di favorire in maniera corretta
le punte di diamante della nostra economia.
Esistevano Olivetti, Finsiel, e molte altre
"eccellenze" nel panorama informatico
passato, di cui oggi rimangono solo le ombre.
Non serve chissà quale
fantasia per prendere spunto dalle "ricette"
estere: in molti casi bastano dei semplici
stimoli per far decollare un settore economico
dove esistono già grandi competenze.
La stessa disponibilità di banda larga,
tanto per fare un esempio, è uno dei
fertilizzanti migliori, assieme al potenziamento
dell'istruzione pubblica.
Il settore ICT è invece
oggi relegato in ruoli di secondo piano: tanto
per dare un esempio, il fantomatico portale
per il turismo italiano lanciato dal Ministro
Stanca è tuttora in fase di realizzazione,
e nel frattempo la Cina ci ha superato come
meta turistica internazionale.
Non sono certo queste le risposte
alle sfide globali dell'ICT. Mi auguro che
si possa presto vedere qualcosa di più
concreto.
In alternativa, quella parte
di aziende che sarà capace di delocalizzare
con successo alcune sue attività all'estero,
potrà continuare a mantenere un livello
competitivo adeguato... a discapito, ovviamente,
dei lavoratori italiani.
Simone Brunozzi
BIBLIOGRAFIA e WEBOGRAFIA
G. Attardi. "Comunicazioni alla Commissione
Open Source", Marzo 2003
F. Rampini, "L'impero di Cindia",
2006
A. Saith, M. Vijayabaskar, "ICTs and
Indian Economic Development: Economy, Work,
Regulation", 2005
MIT
- Indagine conoscitiva sul software open source
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sotto licenza "Creative Commons Attribuzione-StessaLicenza
2.5 Italy License" da Simone Brunozzi
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- simone.brunozzi aT gmail.com)
I precedenti approfondimenti
di S.B. sono disponibili a
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Fonte: Punto-informatico.it
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