Roma - Negli ultimi 15 anni
la nostra vita quotidiana può non essere
cambiata in modo evidente, ma alcune sfumature,
come il potersi telefonare quando si è
in strada o seguire un blog anziché aspettare
il telegiornale, hanno cambiato la quantità
e la velocità con la quale accediamo
all'informazione.
Le informazioni sono quelle che regolano
il nostro comportamento. Se qualcuno potesse
metterci all'interno di una campana di vetro,
mostrandoci una realtà artificiosa,
diverremmo alla sua mercé. La libertà
di parola è la garanzia che questo
sia impossibile, perché è diritto
di ogni cittadino poter esprimere le sue visioni
e diritto di altri ascoltarlo o ignorarlo.
Questa garanzia è essenziale per vivere
in pace e democrazia.
Con l'avvento delle reti digitali alcuni
aspetti che si davano per scontati, riguardo
le garanzie che dobbiamo avere quando apprendiamo
un'informazione, non sono più scontati.
ad esempio la riservatezza del contenuto,
l'anonimato del fruitore, l'imparzialità
con la quale l'abbiamo ricevuta. Ognuna di
queste garanzie, in passato, erano sia assicurate
in modo istituzionale, sia percepite materialmente
dalla persona.
Ora non è più così per
diversi aspetti: quello che prima era mediato
dalla voce ora lo è tra software e
reti telematiche, quello che era statale ora
è privato, quello che era istituzionale
ora è distribuito sul globo, e quindi
soggetto a giurisdizioni differenti.
Quindi da una parte si ottiene la possibilità
di fruire di qualunque informazione, di essere
in contatto con persone che non avremmo mai
potuto conoscere, senza uscire dalla nostra
stanza. Dall'altro non si conosce dove i nostri
dati personali risiedono con certezza, quali
usi se ne fanno, se la fonte di un'informazione
è autorevole o meno, e se una risposta
che reperiamo online sia realmente la migliore
o solo quella che più ha pagato il
marketing.
Le violazioni che ne possono derivare sono
disparate: disinformazione, perdita di dati
personali da parte di terzi ai quali non abbiamo
mai dato autorizzazione al trattamento, violazioni
della riservatezza, furto di identità.
Questi problemi sono destinati a prendere
diverse forme e gravità: un accumulo
di potere informativo mai visto in mano alle
poche società di riferimento globalmente
importanti (Google, Microsoft, Yahoo!, Facebook,
MySpace), e un aumento delle violazioni, che
toccano direttamente i privati, proporzionale
all'aumentare della tecnologia informatica.
Non é tutto perduto, c'è la
possibilità di mantenere i vantaggi
della rete e di limitare gli svantaggi. È
necessario sviluppare una visione critica
delle informazioni e un'attenzione ai servizi
Internet ai quali affidiamo le nostre informazioni.
Questi passi sono necessari per porsi, percepire
e capire il problema; per risolverlo invece
è necessario affidarsi a strumenti
tecnologici più sicuri di quelli convenzionalmente
diffusi sui computer, software che si basino
la loro sicurezza sulla crittografia.
La crittografia è l'unico mezzo tecnologico
che ci può assicurare il rispetto dei
nostri diritti di riservatezza, libertà
di parola e di informazione. Non è
necessario che gli utenti imparino le complicate
regole matematiche che la fanno funzionare:
è sufficiente utilizzino software che
ne fa uso, questo è un uso consapevole
dell'informatica e dovrebbe diventare parte
della cultura comune, come del resto lo è
diventato l'uso di Internet.
Qui si inizia a vedere la prima divergenza:
pubbliche amministrazioni e banche hanno diffuso
strumenti di protezione perché era
nel loro interesse che i clienti si sentissero
protetti ad operare virtualmente tramite loro.
Sistemi di email gratuita, di chat, di blog
e portali d'informazione invece non si sono
protetti, ignari delle insidie tecnologiche.
Poiché anche i cittadini hanno il
diritto di proteggere le loro comunicazioni
personali, e il diritto di comunicare liberamente,
sono stati sviluppati dei software che garantiscono
loro questi diritti tramite tecniche crittografiche.
Tra gli addetti ai lavori questi strumenti
sono ampiamente diffusi, nonostante i diritti
non siano settoriali. Purtroppo incontrano
una certa resistenza ad essere utilizzati
dagli utenti perché sembrano un eccesso
di sicurezza, del tutto superfluo.
L'informatica e l'informazione sono per loro
natura virtuali, pertanto i problemi che conseguono
dal tecnocontrollo e dalla disinformazione
è molto meno percepibile rispetto alla
violazione di altri diritti.
Per questo motivo è necessario fare
uno sforzo di comprensione: l'uso di questi
strumenti è l'unica garanzia che i
nostri diritti siano preservati, ogni inadempienza
ci espone alla serie di società private
proprietarie della rete e dei servizi, e della
rete e dei servizi del destinatario dei nostri
dati! In passato queste precauzioni non erano
sentite come necessarie né come possibili,
sia perché la rete era di proprietà
statale, e come tale, lo stato può,
in quanto entità super partes, violare
la nostra riservatezza in cambio di una maggiore
sicurezza. Ora non è più così:
la sicurezza è garantita dalle capacità
investigative e non dalla possibilità
di intercettare una connessione, la non protezione
di una connessione è un'inadempienza
da parte del comunicatore e la violazione
della privacy è realizzabile dalla
catena di entità private alle quali
ci affidiamo.
PeaceReporter, sensibile a queste tematiche,
ha rilevato come la censura, la limitazione
dell'informazione, il controllo del comportamento
degli utenti online si stia diffondendo in
svariati stati, siano essi regimi e siano
esse democrazie. Queste forme di controllo
dell'informazione possono apparire in modo
esplicito (Iran, Cina...) o in modo più
discreto, come succede in Francia e in Italia.
PeaceReporter ha avviato un'iniziativa di
promozione della tecnologia TOR, prima tra
tante tecnologie di protezione dei diritti
umani in rete. Nel momento in cui l'informatica
ha smesso di essere una conoscenza di una
minoranza, ma del popolo che l'ha integrata
nel proprio processo formativo come scuola,
televisione e giornale, merita un livello
di attenzione pari alle possibilità,
positive e negative, che Internet ha portato
con sé.
Winston Smith
Progetto
Winston Smith