Roma - Sono scattate ieri, alla
vigilia del giorno consacrato alla Safer
Internet, 12 perquisizioni domiciliari
a carico di utenti italiani di piattaforme di
file sharing, utenti accusati di possedere ed
aver scambiato grandi quantità di materiali
di pornografia infantile. Un'operazione dal
titolo emblematico, "Direct Connect", che basta
a far comprendere quale sia il sistema di scambio
finito nel mirino degli agenti della Polizia
Postale e delle Comunicazioni di Catania.
Direct Connect, in particolare
attraverso il
client DC++, secondo la ricostruzione
degli inquirenti veniva impiegato per scambiare
fotografie ma soprattutto video. Materiale
che girava sotto forma di file con
nomi ed estensioni artatamente modificati,
nel tentativo degli utenti interessati, evidentemente,
di rendere meno palese la natura del materiale
che quei file contenevano. Va da sé,
ma questo si saprà soltanto con la
successiva analisi dei computer sottoposti
a sequestro, che alcuni di quegli utenti potrebbero
essere stati coinvolti con il download di
materiale che credevano legittimo, o comunque
diverso da contenuti di pornografia infantile.
Ad ogni modo è proprio l'operazione
"Direct Connect", che ha interessato perquisizioni
in diverse città italiane, giunta peraltro
a ridosso di altri blitz
in Italia, ad aver caratterizzato la vigilia
del Safer
Internet Day, il giorno dedicato alla
sicurezza, in particolare dei più piccoli,
in vista del quale ieri la onlus Save
The Children Italia ha rilasciato nuovi
dati sull'approccio tecnologico dei
giovani utenti italiani,
dati condensati nella ricerca dal curioso
titolo Profili
da sballo. Gli adolescenti italiani e i social
network.Si tratta
di una indagine che ha coinvolto un "campione
rappresentativo" di italiani tra i 13
e i 17 anni, una ricerca svolta da
Doxa nella quale secondo la Onlus si racconta
"per la prima volta cosa fanno e dicono gli
adolescenti italiani nelle grandi community
virtuali".
In realtà si scopre che il 73 per cento
di loro almeno una volta è entrato
in quella che viene definita una "community
online", una definizione che comprende spazi
web-oriented come MySpace o Facebook ma anche
client di instant messaging come "MSN Messenger",
con cui viene chiamato nella ricerca il "Windows
Live Messenger" di Microsoft. Di questi giovani
molti, il 66,7 per cento, vi ha aperto
un profilo "e dunque - spiegano gli
esperti - li utilizza frequentemente". Come
a dire, cioè, che chi effettua l'iscrizione
rimane poi fedele utente di quella community,
un'affermazione che cozza contro l'esperienza
comune, ma evidentemente non statistica, di
chi si imbatte in moltissimi profili aperti
su questa o quella community ma del tutto
abbandonati dagli iscritti.
Ad ogni modo, molti giovani usano questi ambienti
soprattutto per chiacchierare con gli amici
eppure il 24,8 per cento sarebbe entrato in
contatto con adulti "o ha vissuto esperienze
non piacevoli quali imbattersi in materiale
pornografico (il 15 per cento), sentirsi chiedere
immagini provocanti (il 9 per cento) o sesso
online (7 per cento)".
Ed è proprio quanto succede in queste
communities, tra le quali viene elencata
anche YouTube, che spingerebbe il grosso dei
giovani a chiedere più protezione
ai gestori di questi strumenti. Secondo la
rilevazione non lo chiede il 20 o il 30 per
cento, lo chiede addirittura l'86 per cento
"dei giovani iscritti ai social media".
Ciò che anche preoccupa gli osservatori
della Onlus, e forse molto meno i ragazzi,
è la scarsa attenzione alla
privacy. Ragazze e ragazzi tendono
a rivelare molto di sé online. Nei
propri profili il 74 per cento pubblica il
proprio nome vero, il 61 per cento posta le
proprie foto, più della metà
vi lascia l'indirizzo email e quasi la metà
ci infila pure il proprio cognome. Alcuni,
il 18 per cento, non esitano a dichiarare
quale scuola frequentino. Stando al grafico
qui sotto, inoltre, solo una piccola percentuale
dei ragazzi ritiene che sia impossibile "risalire
a chi sei veramente" a partire proprio dai
dati lasciati in rete.
Di preoccupazione ha parlato non a caso Valerio
Neri, direttore generale di Save
the Children Italia, secondo cui "il
fatto che i ragazzi lascino tutte queste impronte
digitali può renderli identificabili
da adulti potenziali abusanti o da coetanei
che vogliano esercitare una qualche forma
di bullismo. Bisognerebbe ridurre al minimo
le informazioni che si richiedono in fase
di registrazione e fare in modo che i profili
dei minori siano resi privati già nelle
impostazioni predefinite. Invece su alcuni
social network, soprattutto italiani, queste
precauzioni non vengono prese".
A far venire i capelli dritti agli esperti,
invece, il fatto che il 28,8 per cento dei
giovani iscritti abbia poi incontrato
di persona, offline qualcuno in cui
si è imbattuto in rete. Nel 37 per
cento dei casi i minori sono andati da soli
a questi appuntamenti. A preoccupare però
è anche solo l'intessere ua relazione
tra minori e adulti, anche se non sfocia in
un incontro off line. "Da una parte sarebbe
scorretto ravvisare automaticamente nella
relazione fra un adulto e un minore un comportamento
pedofilo - sostiene Neri - dall'altra viene
da chiedersi perché una persona di
tanti più anni debba interessarsi a
un minore. Tuttavia dobbiamo anche rilevare
che alle volte sono gli stessi ragazzi che
ricercano attivamente un contatto con gli
adulti, anche per la gratificazione psicologica
che ne deriva".
Può essere interessante notare come
secondo un altro studio presentato ieri dal
progetto EDEN,
tra gli studenti francesi e quelli
italiani vi sono differenze importanti
nell'approccio ad Internet. Nella fascia 11-14
anni, l'atteggiamento dei giovani è
di maggiore cautela e più prontezza
nell'avvertire un adulto nel caso in cui ci
si imbatta online in una situazione sgradevole
o poco chiara. Addirittura la navigazione
viene percepita come rischiosa dal 25 per
cento di ragazzi francesi in più rispetto
a quelli italiani. E si sale al 40 per cento
di differenza quando, appunto, si va a vedere
il coinvolgimento degli adulti in situazioni
di "rischio".
Conclude Neri: "In occasione del Safer Internet
Day vogliamo rivolgerci in particolare ai
gestori di social network e, insieme a loro,
individuare le misure e le azioni necessarie
affinché i social media assicurino
ai minori il diritto di esprimere liberamente
il loro bisogno e desiderio di socialità,
conoscenza e comunicazione, garantendo allo
stesso tempo il diritto di ogni ragazzo o
ragazza ad essere protetto e tutelato da potenziali
rischi".
Questo articolo, come tutti i contenuti di Punto
Informatico (salvo diverse indicazioni) sono
pubblicati secondo la licenza di utilizzo
di Creative
Commons
Affari-web.it
non si assume alcuna responsabilità circa i contenuti dei link
segnalati. Le foto inserite in alcune pagine sono state tratte liberamente
dal web (non si specificava alcun diritto) e chiunque ne detenga i diritti
può contattarci per la rimozione. Tutti i marchi citati appartengono
ai loro proprietari.