Roma - Si aprono spesso squarci
sull'inabilità del Legislatore di star
dietro alla società dell'informazione
e a volte capita che questa incapacità
si riverberi interamente sui cittadini. Succede
oggi con la tassa sulla copia di hard disk sottoposti
a sequestro, una tassa che, ora c'è la
prova provata, può da sola in certi casi
cancellare il diritto alla difesa in un procedimento
penale.
Ieri mattina il legale che difende
un imputato in una indagine che ha portato
al sequestro del computer del suo assistito
si è recato in un compartimento della
Polizia Postale per ottenere una copia certificata
dell'hard disk contenuto in quel computer.
Si tratta di un diritto fondamentale della
difesa: poter verificare l'integrità
dei dati, recuperare informazioni utili per
il proprio lavoro, analizzare su quali basi
certe tesi potranno affiorare nel corso del
procedimento. Si tratta cioè di un
elemento chiave per stabilire una strategia
difensiva, rilevante in ogni contesto, tanto
più se di natura penale. Ma quella
copia così importante per l'accusato
non è stata fatta. Il motivo? Costava
decine di migliaia di euro.
Già, la copia certificata dell'hard
disk per l'esercizio del diritto alla difesa
non viene fornita d'ufficio. Viene prodotta
solo su richiesta e a carissimo prezzo. Per
la precisione, se si vuole ottenere la copia
di un disco da 120 gigabyte, come accaduto
ieri, occorre sganciare circa 40mila euro.
I pagherò non sono accettati,
ci vogliono mazzi di marche da bollo. Ciascun
CD-R su cui i dati vengono riprodotti costa
all'imputato esattamente 258 euro virgola
23. Fatta qualche moltiplicazione per il conteggio
preventivo dei diritti, gli euro sono calcolati,
il diritto è negato.A
procurare questa lesione non è una
calcolatrice truccata: lo stabilisce nientemeno
che il Testo
Unico sulle spese di Giustizia nei cui
meandri si cancella il diritto alla difesa.
Come si può facilmente verificare,
se la riproduzione certificata costa poco
meno di 5 euro per un nastro da 90 minuti,
in caso di copia digitale "per ogni compact
disc" (valutato in 640 mega nel caso di cui
stiamo parlando), la tassa da pagare è
258 euro e rotti.
L'articolo 269 a cui è allegata la
tabella qui sopra non parla di dilazioni di
pagamento o mutui per chi debba acquistare
una montagna di marche da bollo: in modo gelidamente
operativo impone il quantum da pagare per
la copia. Va pagato subito, soldi in mano.
Ciò significa che alla difesa del cittadino
di medio reddito non rimane che appellarsi
semmai in un secondo momento al magistrato,
chiedere che venga effettuata una perizia
per conto del tribunale; ma il giudice (vedi
caso
Vierika) non ha alcun obbligo di accettare
tale richiesta, né è detto che
la perizia sia ciò che convenga alla
difesa stessa per questioni procedurali, organizzative
od operative che possono non aver nulla a
che vedere con la colpevolezza o meno dell'imputato
ma che possono inficiare le strategie difensive.
Il che significa che ci si può attendere
che in tribunale l'unica perizia che verrà
ascoltata sarà quella effettuata dall'accusa.
Non solo: come accennato, è ben facile
pensare che un hard disk possa contenere anche
materiale necessario all'attività lavorativa
del soggetto, per non parlare di quei contenuti
del tutto personali di cui l'accusato potrebbe
non possedere copie, contenuti magari del
tutto estranei al procedimento che ha motivato
il
sequestro ma ugualmente resi indisponibili.
Sì, è vero, il materiale successivamente
viene riconsegnato all'accusato. Ma quando?
In genere passano circa 7 anni dal momento
del sequestro. E il lavoro di quella persona?
I suoi affetti? Tutto passa in secondo piano,
nulla di quell'hard disk può essere
rilasciato senza il pagamento di una somma
stratosferica.
È naturalmente impervio volersi arrampicare
su una tesi colpevolista, è difficile
credere che chi ha consentito che una norma
del genere venisse approvata abbia di proposito
voluto cancellare i diritti essenziali dei
cittadini, o almeno di quelli meno opulenti.
Il che ci lascia con una sola possibilità,
ovvero che chi lo ha fatto, il Legislatore,
ancora una volta abbia agito nell'inconsapevolezza
di cosa sia e come funzionino le tecnologie
oggi e quanto siano centrali nella vita di
noi tutti.
Chi ha normato questa tassa lo ha fatto essendo
incompetente a decidere. E ieri, sul verbale,
è stato scritto che la difesa "rinuncia
alla copia".
Sono sgambetti predisposti ai danni dei cittadini
da un Legislatore testardamente ignorante,
e i lettori di questa testata lo sanno meglio
di chiunque altro. Eppure non sempre va in
questo modo. Quando Punto Informaticotirò
fuori nei mesi scorsi il caso della "tassa
sui blog", qualcuno lo ricorderà, tre
giorni dopo quel testo era già stato
modificato. Non è stato un caso: tutti
i media hanno attinto da quell'articolo per
portare in prima pagina il provvedimento,
l'opinione pubblica è stata messa a
conoscenza dei nomi e dei volti dei responsabili
politici. E a quel punto solo la promessa
di una correzione di rotta ha potuto "salvare"
la situazione, una correzione non troppo ardua
visto anche che il provvedimento era ancora
in divenire. Ma ora? Ma in un caso come questo?
Chi mai si assumerà la responsabilità
di un errore così grossolano nel Testo
Unico, un errore che danneggia oggi direttamente
un cittadino ma chissà quanti altri
ne ha già danneggiati? Chi si assumerà
mai la responsabilità politica di una
incompetenza così clamorosa?
E non è tutto, ahinoi. L'altro problema
con cui devono fare i conti gli italiani è
che molte di queste schifezzuole legislative
sono state inoculate all'interno di normative
spesso di difficile lettura, sparse a pioggia
in leggi che magari di tutto si occupano,
all'apparenza, meno che della tecnologia e
delle sue conseguenze. Proprio come nel Testo
Unico. Il che rende difficile qualsiasi riforma
senza un certosino lavoro di individuazione
delle falle. Non sorprenda: siamo nel pieno
della rivoluzione digitale, Internet viene
usata da masse di italiani ormai da molti
anni, e in tutto questo tempo l'insostenibile
leggerezza del Legislatore si è palesata
con maggioranze e schieramenti di ogni colore,
ripetendosi senza soluzione di continuità,
rinnovando con allarmante periodicità
l'incapacità di far fronte al mondo
che cambia e alle esigenze degli italiani
che vorrebbero cavalcare il cambiamento innescato
dalla società dell'informazione.
La soluzione? Ricorrere agli hard disk di
un tempo. In fondo 4 giga costerebbero poco
più di 1600 euro.
Questo articolo, come tutti i contenuti di Punto
Informatico (salvo diverse indicazioni) sono
pubblicati secondo la licenza di utilizzo
di Creative
Commons
Affari-web.it
non si assume alcuna responsabilità circa i contenuti dei link
segnalati. Le foto inserite in alcune pagine sono state tratte liberamente
dal web (non si specificava alcun diritto) e chiunque ne detenga i diritti
può contattarci per la rimozione. Tutti i marchi citati appartengono
ai loro proprietari.