Roma - Chi sperava che l'era
dell'informazione e del computing potesse
rivoluzionare il modo in cui la Giustizia
italiana gestisce i suoi processi, i suoi
documenti e la sua burocrazia dovrà
ricredersi: a cinque anni dal regolamento
che avviava le riforme del processo telematico
e delle sentenze online ben poco è
stato fatto, da fare c'è ancora molto,
moltissimo, e gli obiettivi prefissati sono
già saltati.
Ad affermarlo e fare il punto
sulla disastrosa situazione dell'IT nei tribunali
nostrani è il CNR, il cui Istituto
di ricerca sui Sistemi giudiziari (IRSIG)
parla di possibile collasso degli uffici giudiziari:
su di essi pesano la bellezza di 9 milioni
di processi pendenti e 2,5 milioni di reati
denunciati ogni anno. Una "macchina farraginosa",
dicono gli esperti del CNR, che potrebbe però
beneficiare dell'informatica e di internet
nel senso dell'efficienza, della trasparenza
e della qualità. Potrebbe, appunto,
il condizionale è d'obbligo.
Le affermazioni del CNR sono
il diretto risultato di una indagine, Tecnologie
per la Giustizia, che mette a confronto l'amministrazione
giudiziaria italiana con quella di altri paesi,
e il Belpaese ne esce con le ossa rotte. Lo
chiarisce Giuseppe Di Federico, direttore
IRSIG: "Dal punto di vista meramente
tecnologico il ministero della Giustizia ha
fatto passi in avanti nella realizzazione
delle infrastrutture di base, grazie soprattutto
ai cospicui e crescenti fondi investiti durante
gli anni '90 e sino al 2001. Tuttavia, se
si guarda alle tecnologie di supporto al lavoro
di cancellieri e magistrati, per non parlare
dell'e-justice, cioè dell'utilizzo
delle reti informatiche per scambiare dati
e documenti giudiziari, i risultati sono assai
poco soddisfacenti. Un significativo numero
di iniziative avviate non sono state portate
a termine, per motivi diversi. La successiva
riduzione degli stanziamenti, causata dalla
contrazione della spesa pubblica, ha poi provocato
la paralisi del ministero, intrappolato in
progetti eccessivamente complessi che non
riescono ad abbandonare la fase sperimentale
per gli alti costi di sviluppo e implementazione".
Processo civile telematico
Ci si aspettava molto dal progetto di trasformazione
del procedimento civile, un sogno nato nel
2000 che puntava dritto al processo senza
carta in cui i vari attori dialogano elettronicamente
dando vita al fascicolo elettronico. Ma la
via è tutta in salita. "I programmi
del Ministero - spiega Marco Fabri del CNR
- prevedono la sperimentazione in sette uffici
giudiziari pilota e il successivo sviluppo
in almeno altri 50. Questo progetto ha comportato
una spesa di quasi 5 milioni di euro nel 2003
e di 3,8 milioni nel 2004". Ma, vuoi
per l'organizzazione degli uffici, vuoi per
problemi normativi ed istituzionali, vuoi
per le difficoltà di aggiornamento
anche culturale dell'amministrazione, "non
possiamo - spiegano al CNR - che essere pessimisti
in merito alle reali possibilità che
il processo civile telematico produca i risultati
indicati nel piano triennale per l'informatica
2005-2007: un'accelerazione delle cause di
almeno il 20% e un recupero di efficienza
nei servizi di cancelleria del 30-40%".
Ma c'è qualcosa che funziona?
Pare di sì: Davide Carnevali, altro
ricercatore IRSIG, spiega che "fra gli
applicativi funzionanti, ma che necessiterebbero
di radicali aggiornamenti vi è il Re.Ge
(Registro Generale) per la gestione dei procedimenti
penali, installato in tutti i 165 tribunali,
nelle relative procure della Repubblica e
nelle 26 corti di appello. Però, nei
rari casi in cui si è cercato di migliorare
l'applicativo a livello locale, abbozzando
utili integrazioni con i programmi di videoscrittura
per la creazione automatica dei provvedimenti,
la Direzione generale Sistemi informativi
automatizzati del ministero ha generalmente
disincentivato tali iniziative, nel timore
di assistere ad un utilizzo del software diverso
da ufficio a ufficio senza offrire valide
alternative".
Funziona, dunque, ma non è
flessibile. E, d'altra parte, sottolinea un
altro ricercatore, Francesco Contini, "carenze
consistenti emergono sul fronte dei servizi
di interoperabilità. La posta elettronica
è diffusa, ma non essendo considerata
mezzo ufficiale di comunicazione, spesso è
ancora limitata a preannunciare documenti
inviati poi via fax o per posta. Il protocollo
informatico, invece, è stato attivato
ma solo come registro e perciò non
consente l'archiviazione e lo scambio di documenti".
Chi ha parlato di firma digitale o posta elettronica
certificata in questi anni forse farebbe bene
ad andarne a parlare anche al ministero della
Giustizia.
Italia nel tunnel
L'indagine del CNR indica che in altri paesi
le cose vanno molto diversamente. Alcuni esempi?
Nel Regno Unito è possibile ottenere
online un decreto ingiuntivo, in Finlandia
si può attivare via email un procedimento
civile o penale, in Austria si riducono le
spese con l'uso del protocollo elettronico.
"Questi, come altri esempi di successo
realizzati non solo in Europa - spiega il
CNR - sono accomunati da una costante attenzione
volta a garantirne semplicità di utilizzo
e a limitare fonti di complessità tecnologica,
normativa e organizzativa molto difficili
da gestire".
"L'approccio italiano -
conclude Di Federico - ha finito per proiettare
il nostro paese in un tunnel di progetti costosi,
difficili da sviluppare e da adottare, e di
un apparato normativo sovradimensionato. Se
il ministero della Giustizia nei prossimi
anni non sarà capace di semplificare
sistemi informativi e regole di accesso ai
servizi, focalizzando gli sforzi in base a
priorità reali, l'e-justice in Italia
difficilmente farà passi in avanti.
I ritardi vengono sempre imputati alla mancanza
delle risorse, senza spiegare perché
i passati finanziamenti abbiano prodotto risultati
tanto modesti. Senza variazioni nelle strategie,
ulteriori risorse aumenteranno solo la sproporzione
tra costi e benefici".
Mentre il CNR rendeva nota la
propria ricerca, il ministro all'Innovazione
nella PA, Luigi Nicolais, a margine di un
convegno ha dichiarato che "interverremo
su Sanità, Pubblica amministrazione
e Giustizia. Ci sono le condizioni per poter
lavorare in maniera più incisiva alle
nuove tecnologie". Dichiarazioni generiche,
che arrivano però alla vigilia della
presentazione del Piano strategico per l'Innovazione
nella PA che avverrà oggi.
Nicolais ha comunque avvertito
che sarà varato un disegno di legge
per vietare l'uso della posta cartacea tradizionale
nella PA, stimolando così l'uso della
posta elettronica, compresa quella certificata.
"Non dobbiamo fare una rivoluzione -
ha anche detto Nicolais - diversamente il
sistema si blocca. Dobbiamo realizzare un
cambiamento graduale".
Fonte: Punto-informatico.it
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