Roma - La vicenda che ha contrapposto
il blogger Daw a Radio Radicale in merito
all'applicazione di una licenza Creative Commons
merita una qualche attenzione e, ritengo,
un commento, ora che la controversia sembra
essere giunta ad una soluzione che pare mettere
d'accordo entrambe le parti.
I termini della questione sono
stati riportati da Punto Informatico e mi
limito pertanto ad una sintesi di quanto avvenuto.
Un blogger, Daw, utilizzando spezzoni di un
video reperibile sul sito di RadioRadicale.it,
crea un video satirico che raffigura Capezzone
e Pannella nelle vesti di due personaggi televisivi.
Radio Radicale ha da tempo deciso di adottare,
per tutto il materiale disponibile sul proprio
sito, una licenza Creative Commons, la quale
consente a ciascuno di utilizzare i contenuti
della radio rispettando alcune semplici condizioni.
Una sola, nel nostro caso: "Devi attribuire
la paternità dell'opera nei modi indicati
dall'autore o da chi ti ha dato l'opera in
licenza."
In base a quanto si legge nella
diffida che il legale di Radio Radicale ha
inviato al blogger, costui dapprima non avrebbe
riportato indicazione della fonte del materiale
video utilizzato per la creazione dell'opera
satirica, e quindi, in seguito, avrebbe riportato
solo il link alla radio ma non al documento
originale. Ciò, afferma il legale,
costituirebbe una violazione della licenza
che prescrive di indicare la fonte "nei
modi indicati" da chi concede l'opera
in licenza.
Il problema è che nel
fare ciò si omette di menzionare che
la medesima licenza afferma anche: "La
presente Licenza non intende in alcun modo
ridurre, limitare o restringere alcun diritto
di libera utilizzazione o l'operare della
regola dell'esaurimento del diritto o altre
limitazioni dei diritti esclusivi sull'Opera
derivanti dalla legge sul diritto autore o
da altre leggi applicabili."
Ciò significa che la
licenza non può limitare quelle che
nel nostro ordinamento si chiamano "libere
utilizzazioni". In altri termini, ai
materiali di Radio Radicale continua ad applicarsi
la legge sul diritto d'autore, legge che prevede
limitazioni ai diritti esclusivi in talune
circostanze. Pertanto a quei materiali si
applica, ad esempio, l'art. 66 della legge
sul diritto d'autore, il quale afferma: "I
discorsi su argomenti di interesse politico
o amministrativo tenuti in pubbliche assemblee
o comunque in pubblico, nonché gli
estratti di conferenze aperte al pubblico,
possono essere liberamente riprodotti o comunicati
al pubblico, nei limiti giustificati dallo
scopo informativo, nelle riviste o nei giornali
anche radiotelevisivi o telematici, purchè
indichino la fonte, il nome dell'autore, la
data e il luogo in cui il discorso fu tenuto."
Si applica anche l'art. 70,
il quale recita: "Il riassunto, la citazione
o la riproduzione di brani o di parti di opera
e la loro comunicazione al pubblico sono liberi
se effettuati per uso di critica o di discussione,
nei limiti giustificati da tali fini e purchè
non costituiscano concorrenza all'utilizzazione
economica dell'opera."
Anche in questo caso, recita l'ultimo comma
dell'articolo, "Il riassunto, la citazione
o la riproduzione debbono essere sempre accompagnati
dalla menzione del titolo dell'opera, dei
nomi dell'autore, dell'editore e, se si tratti
di traduzione, del traduttore, qualora tali
indicazioni figurino sull'opera riprodotta."
La scelta della modalità
di indicazione della fonte, quindi, non è
soggetta all'arbitrio dell'autore, se ricorrono
casi di libera utilizzazione. In altri termini,
la licenza si applica solo quando si utilizza
un'opera per finalità che sono, dalla
legge, riservate al detentore del diritto
d'autore.
Non mi interessa qui soffermarmi
molto sul caso specifico, per comprendere
se il lavoro del blogger, come di primo acchito
sono portato a ritenere, sia in effetti una
libera utilizzazione. Non voglio nemmeno esaminare
l'opportunità dell'utilizzo, da parte
di Radio Radicale, dello strumento della diffida
anche se desidero ricordare a me stesso che
questo è uno strumento che nasce proprio
per eventualità di questo tipo. Ciò
che invece mi pare che qui emerga è
una questione di carattere piú generale,
che attiene al rapporto tra ciò che
si chiama "proprietà intellettuale"
e gli strumenti che vengono utilizzati per
consentirne la fruizione, le licenze.
Radio Radicale ha un patrimonio
audiovisivo che rappresenta un tesoro collettivo
per la società italiana. Che abbia
deciso di utilizzare una licenza Creative
Commons per condividerlo con la generalità
del pubblico è estremamente importante
e, per chi conosca questa radio ? ed un giurista
non può non conoscerla ? ribadisce
la natura e lo spirito del ruolo che Radio
Radicale ha, sin dalla sua origine, ritenuto
di voler ricoprire nel nostro paese. La premessa
mi pare importante perché la ragione
ed il torto, fossimo anche in un aula di Tribunale,
passano anche per le motivazioni di un'azione,
e, in questa prospettiva, le richieste della
radio mi appaiono tutt'altro che irragionevoli.
Il fatto che invece mi sembra
centrale in questa vicenda, sono state le
reazioni alla diffida della radio. Si è
subito pensato che ci si trovasse di fronte
ad un'azione di censura, cui alcuni messaggi
di posta elettronica resi pubblici paiono
dare invero un qualche adito, operata per
il tramite del diritto d'autore: il blogger
ha rimosso, per breve tempo, il proprio filmato
dalla rete e ciascuno ha ritenuto che ciò
potesse essere una reazione naturale ad una
sorta di "colpo basso", per quanto
formalmente lecito.
Se ben capisco, in altri termini,
si è immediatamente pensato che, anche
se "bassamente", la Radio avesse
ragione nella forma e nella sostanza della
sua lettura delle situazioni giuridiche in
campo, e che, in modo prepotente, facesse
ricorso ad un potere esistente, visto che
di sua "proprietà intellettuale"
si stava parlando.
È questa comune soggezione
psicologica alla "proprietà intellettuale"
ciò che mi pare propriamente assurdo
in questa vicenda. Soggezione che mi sembra
coinvolga tutte le parti in causa: il legale
e la sua diffida, il blogger e la sua reazione,
le reazioni piú generali della rete
e le accuse di censura.
Tale soggezione, si badi, è
aumentata dal fatto che ci troviamo di fronte
ad una licenza come quella della quale discorriamo.
Quando nel comunicato di radio Radicale leggo
che "gli audiovideo pubblicati sul sito
radioradicale.it non sottostanno alle leggi
del diritto d'autore tradizionali, ma a una
regolamentazione molto più liberale
grazie all'adozione delle licenze Creative
Commons", mi pare che si voglia usare
un argomento etico a fondamento di un diritto
esclusivo che pure si ritiene illimitato,
salvo le liberali concessioni operate dalla
licenza.
Ora, il termine "proprietà
intellettuale" ben rappresenta questo
sentimento di piena esclusività del
diritto che si ritiene di avere. Ed è
quindi naturale pensare che il proprietario
possa essere tanto scortese da invitarci alla
porta, dal momento che, in ogni caso, ne ha
il potere.
Solo che il diritto d'autore
non è un diritto di proprietà.
E non lo è per moltissime ragioni,
prima delle quali perché, a differenza
di questa, il diritto d'autore è concesso
per uno scopo, che è l'incoraggiamento
alla diffusione del sapere. Ed il perseguimento
di questo scopo imporrebbe per esso limitazioni
che spesso pare ci si dimentichi esistano.
Concedere diritti è costoso,
perché costoso è renderli effettivi:
occorrono polizia, magistrati, tribunali ecc.
Il diritto esclusivo è concesso all'autore
per incentivarlo a disseminare la sua conoscenza,
le sue scoperte, le sue invenzioni. L'esclusività
è limitata dal fine cui presiede.
Negli ultimi decenni assistiamo
invece ad un allargamento della sfera di esclusività,
ed assistiamo al contempo all'emergere di
licenze d'uso che sempre piú comprimono
le libertà del fruitore di opere intellettuali.
Ciò comporta un aumento dei costi legati
all'applicazione delle norme, senza che vi
sia un beneficio per il loro fine, che consiste
nella disseminazione della conoscenza. Vediamo
anzi aumentare il numero dei casi nei quali
il diritto d'autore viene utilizzato con lo
scopo specifico di impedire la disseminazione
della conoscenza ed è, credo, per questa
ragione che subito si è pensato di
dover leggere, nella richiesta di inserire
un link, l'ennesima epifania di questo fenomeno.
Che ci si stia lentamente abituando
a questo stato di cose, e che l'unica via
di uscita che si ritiene percorribile sia
quella di utilizzare licenze d'uso come le
Creative Commons, mi sembrano entrambi un
errore. E questo per una ragione di principio
in un ordinamento giuridico che si definisce
liberale, nel quale vige il principio della
sovranità della legge e del diritto:
nelle relazioni tra individui che possono
essere regolate da un contratto di licenza
pur si deve tenere in considerazione che i
poteri e le soggezioni delle parti trovano
un limite nel dettato della legge. Sia quando
questa favorisce l'autore, sia quando questa
favorisce il fruitore dell'opera intellettuale,
indipendentemente da quale sia lo scopo che
la licenza persegue.
Accanto a ciò è
opportuno inoltre tenere in considerazione
che ogni concessione all'autore di un diritto
esclusivo deve recare alla società
nel suo complesso non solo i costi connessi
alla sua difesa, ma anche i vantaggi collettivi
per i quali viene attribuito, in termini di
circolazione delle idee e di incremento del
dominio pubblico. I contribuenti non sono
benefattori. E faremmo bene a ricordarlo a
noi stessi in ogni occasione, anche quando
parliamo di diritto d'autore.
Andrea Rossato
Fonte: Punto-informatico.it
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