Gli AC/DC sono sempre stati
fedeli alla formula dell'album tradizionale,
quello composto da un numero variabile di brani,
un lavoro di produzione capace di sintetizzare
umori artistici e soluzioni tecniche. Una prospettiva
insidiata dagli store digitali come quello di
Cupertino, che incentivano l'acquisto di brani
singoli e minano alla base i fondamenti della
produzione musicale incoraggiata da decenni
dalle major.
Un'altra particolarità della band
australiana è quella di essere controcorrente
anche per quanto riguarda le vendite dei CD:
mentre i loro blasonati colleghi versano lacrime
amare sulla pirateria e sulle perdite irreparabili
di guadagni fantamilionari, gli AC/DC hanno
venduto nel 2007 1,3 milioni di album solo
negli States, e questo nonostante la già
citata mancanza di lavori di peso da otto
anni a questa parte.
Un caso atipico, ma che comunque non ha potuto
sottrarsi alla dura legge di Internet e del
P2P: il leak di Black Ice è già
stato scaricato da oltre 400mila netizen,
le stime suggeriscono che se la band non vuole
migrare digitale, i consumatori di musica
agiscono in maniera diametralmente opposta.
Ma sono comportamenti che i netizen mettono
in atto solo se non percepiscono alcuna minaccia:
il pensiero corre a quanto prevede la famigerata
e finora sfortunata dottrina Sarkozy che vorrebbe
imporre ai provider il ruolo di vigilantes
e le disconnessioni forzate nei confronti
degli "scaricatori" impenitenti.
A rivelare l'atteggiamento dei downloader,
uno studio di Entertainment Media Research:
il 75% degli utenti del P2P si convertirebbe
ai download legali se a bacchettarli fossero
gli ISP.
Alfonso Maruccia